Sei in Salute

SALUTE

Se la tristezza diventa malattia

Depressione, non aspettare "che passi": i farmaci e il ruolo della psicoterapia

di Antonella Cortese -

17 aprile 2021, 09:17

Se la tristezza diventa malattia

Umor nero appena svegli? Demotivazione e tristezza senza   causa apparente? La prima cosa che ci viene in mente è: oggi mi sento depressa! E l’uso del femminile non è un caso, infatti la depressione colpisce maggiormente le donne che si ammalano il doppio degli uomini.
 Certo, non sempre si tratta di malattia e non bisogna fasciarsi subito la testa, ma se gli episodi si intensificano e inficiano la routine quotidiana, allora è opportuno consultare il   medico di famiglia che, eventualmente, indirizzerà la persona allo specialista. Inoltre, è importante sapere che la depressione può avere effetti negativi anche sui nostri organi: nelle persone colpite da infarto cardiaco il rischio di morte aumenta  di due  volte se è presente una sintomatologia depressiva lieve e di durata inferiore a  tre  mesi, e di  tre  volte se la gravità è maggiore e la durata oltre i   tre  mesi. 
Ne parliamo con  Carlo Marchesi, ordinario di psichiatria all’Università di Parma, direttore dei Servizi psichiatrici ospedalieri del Dipartimento assistenziale integrato salute mentale-dipendenze patologiche (Daism-Dp) dell'Ausl.


Quando il «calo d’umore» diventa un campanello d’allarme? 
«La depressione come malattia (la cosiddetta depressione maggiore), contrariamente a quanto si pensa, ha poco in comune con lo stato d’animo triste, cioè con l’esperienza emotiva che normalmente ognuno può sperimentare. La depressione come malattia, invece, è una patologia multiorgano perché compromette non solo il funzionamento del cervello ma di tutto il corpo: basti pensare alla comparsa di manifestazioni quali l’inappetenza e il conseguente dimagrimento, la stanchezza, i frequenti episodi di palpitazione, il senso di oppressione toracica, i dolori, la mancanza di concentrazione e di memoria, l’insonnia. Tutte queste manifestazioni sono percepite dal paziente come alterazioni fisiche, attribuite ad una patologia medica e la loro origine depressiva è vissuta con incredulità» spiega Marchesi.
«La diagnosi precoce non sottovaluta i sintomi somatici, escludendo eventuali cause mediche con esami di laboratorio o strumentali, ma contemporaneamente verifica la presenza delle sue manifestazioni psichiche quali l’umore cupo, che nei casi più gravi non è modificabile dagli eventi esterni, la mancanza di interesse e di piacere, il senso di incapacità e di sicurezza nello svolgimento delle attività abituali, il sentirsi in colpa per ciò che si è fatto o non si è fatto in passato, il sentimento di inguaribilità e lo scarso valore che si attribuisce alla vita», continua Marchesi.


Quanto è diffusa questa malattia?
 «In Italia il 5% della popolazione oltre i  15 anni soffre in un anno di depressione maggiore e le donne ne sono affette due volte più degli uomini. È più probabile che la malattia si manifesti dopo i 30 anni e raramente con un solo episodio: infatti, il 50% dei depressi ha più di  quattro  episodi nella vita. Comunque, tra due episodi successivi la persona può trascorrere anche anni di completo benessere. Gli episodi depressivi possono essere eterogenei, potendosi differenziare per gravità dei sintomi (da lievi a estremamente gravi) e durata (il 50% degli episodi ha una durata superiore ai  cinque  mesi). Infatti, alcune persone manifestano sintomi lievi e di breve durata, più spesso preceduti da un evento di vita negativo; altre, invece, manifestano sintomi particolarmente gravi e per molti mesi, in assenza di eventi   stressanti. Maggiore la gravità dell’episodio e la sua durata, maggiori   le conseguenze per la persona, con perdita del suo normale funzionamento sociale, lavorativo e familiare e con gravi rischi per la sua vita: il 10% delle persone con disturbo depressivo può togliersi la vita».


La depressione può associarsi al disturbo bipolare? 
«In circa il 2% della popolazione generale, gli episodi depressivi si associano nell’arco della vita a episodi maniacali o ipomaniacali, configurandosi il cosiddetto disturbo bipolare. Negli episodi maniacali o ipomaniacali, dei quali questi ultimi si manifestano con sintomi lievi e di durata breve, l’individuo è pieno di energia, di iniziativa, nulla gli è precluso. Il disturbo bipolare nel 50% dei casi ha un esordio prima dei 21 anni e un numero di episodi nella vita superiore a 10. Tra due episodi successivi, la persona può trascorre anni di completo benessere. Benché gli episodi depressivi siano simili a quelli della depressione maggiore, quelli del disturbo bipolare sono più spesso di maggior gravità e durata e si associano ad un più altro rischio di suicidio».


Quali sono le terapie più efficaci? 
«Si può guarire spontaneamente dalla malattia depressiva, perché episodica anche se ricorrente,  ma è necessario  curarla   per ridurre lo stato di sofferenza e le sue gravi conseguenze. Le terapie che si sono dimostrate efficaci sono quella farmacologica e quella psicologica, in particolare le psicoterapie ad indirizzo cognitivo-comportamentale. I farmaci antidepressivi sono essenziali nel trattamento delle forme gravi, mentre non presentano una maggiore efficacia della psicoterapia nelle forme più lievi. Solo nelle forme gravi e ad elevata ricorrenza è consigliabile che la terapia farmacologica sia mantenuta, in alcuni casi anche a vita, mentre nelle altre forme la terapia è sospesa dopo un periodo di 6-9 mesi di benessere. La terapia degli episodi depressivi del disturbo bipolare è essenzialmente farmacologica e ha per obiettivo la prevenzione delle ricadute, utilizzando gli stabilizzatori dell’umore (tra i più efficaci i sali di litio), mentre la terapia psicologica è finalizzata ad aumentare la consapevolezza del disturbo e l’aderenza alla terapia, e a mantenere adeguati stili di vita».