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Tumore all'ovaio: ascolta il corpo

A Parma un centro di eccellenza con un team multidisciplinare

di Anna Maria Ferrari -

22 settembre 2021, 09:44

Tumore all'ovaio: ascolta il corpo

Silenzioso, subdolo, totalmente asintomatico all'esordio. È considerato il tumore più pericoloso per le donne: l'80 per cento delle pazienti lo scopre quando la malattia è già in fase avanzata. Ogni anno in Italia si ammalano 5000 donne, in Emilia Romagna i nuovi casi sono 400-500, le pazienti  3500. Tumore all'ovaio: non esiste test di diagnosi precoce (il corrispondente delle mammografie per il cancro al seno, del pap test per il cancro alla cervice). Le uniche  raccomandazioni - spiega Roberto  Berretta,  responsabile del Programma di chirurgia oncologico-ginecologica interaziendale - sono ascoltare il corpo, «prestare attenzione a piccoli segnali come  l'aumento della circonferenza dell'addome, la crescita di peso in maniera importante, difficoltà respiratorie legate ad una sovradistensione dell'addome» e «fare una visita ginecologica con ecografia almeno una volta all'anno». Fondamentale l'anamnesi familiare: «Esiste una forma genetica, rara, ma è l'unica su cui si può fare vera prevenzione. – aggiunge Angelica Sikokis, oncologa al Day Hospital oncologico dell'Azienda ospedaliero-universitaria - Se di tumore all'ovaio o alla mammella  hanno sofferto altre donne in famiglia, la paziente deve parlarne subito con il medico». 

Le cure: chirurgia e oncologia
Obiettivo: salvare la vita della donna, vista la pericolosità della malattia.  E la strategia principe prevede che chirurgia e oncologia vadano a braccetto: «La combinazione delle due metodiche è di fatto la cura quasi nel 99 per cento dei casi. - continua Berretta - Il trattamento chirurgico è fondamentale per la sopravvivenza, nel senso che occorre asportare  completamente le parti malate. Talvolta abbiamo  una chirurgia molto demolitiva e per  questo è indispensabile un team multidisciplinare».  Parma è un fiore all'occhiello del settore: «Alcuni anni fa  c'è stata la delibera regionale che identificava i centri di riferimento per la cura del tumore ovarico, cioè rendeva obbligatorio che i centri minori, cosiddetti satelliti, inviassero al centro di riferimento la paziente neoplastica. Questo perché perché il centro di riferimento è quello che ha la strumentazione, la cultura,  il team multidisciplinare per prendere in mano la donna malata in maniera ottimale».  Oggi  «Parma è tra i primi 20 centri in Italia come numero di casi trattati».

Chemio e farmaci biologici
Prima l'intervento chirurgico per «ripulire» la paziente, poi la chemioterapia contro le eventuali recidive (talvolta il trattamento chemioterapico può anche precedere  la chirurgia, ma deve  poi necessariamente seguirla in ordine temporale): «Alla chemioterapia post-operatoria  segue una terapia di mantenimento con farmaci biologici - spiega Sikokis - La durata minima è 15 mesi, in flebo; le terapie più lunghe, in pillole, per pazienti che hanno determinate caratteristiche, possono andare dai 2 ai 3 anni. Parlo degli stadi localmente avanzati, quindi terzo e quarto stadio». Nella terapia sono inoltre spesso previsti «farmaci biologici», che agiscono su un bersaglio specifico del tumore, ad esempio, continua Sikokis, «bloccando la vascolarizzazione tumorale». 

Mutazione del gene BRCA
L'età media delle pazienti è intorno ai 70 anni, ma ci sono casi di donne molto più giovani, una classe particolare di pazienti, quelle che presentano la mutazione del gene BRCA: «Questo gene predispone allo sviluppo del tumore dell'ovaio e della mammella. - spiega Berretta -  È  importante l'informazione sullo stato genetico della paziente perché consente di effettuare cure specifiche, sia chirurgiche che farmacologiche grazie alle nuove classi di farmaci parp-inibitori, e di intraprendere un percorso di prevenzione anche per le altre donne della famiglia». «Ricordiamo che Parma è centro di riferimento  regionale anche per le malattie BRCA,  quindi effettuiamo analisi genetiche e prevenzione fondamentali».

Analisi che salvano la vita  delle donne e che ad oggi costituiscono l'unica vera attività di prevenzione per un certo tipo di tumore ovarico: «In Emilia Romagna,  regione molto virtuosa,  tutte le pazienti che hanno una diagnosi di neoplasia ovarica vengono sottoposte ad esami di screening per la mutazione  genetica del gene BRCA - continuano Berretta e Sikokis - sia in ambito somatico,  cioè studiando l'alterazione genetica sul pezzo anatomico, sia su mutazioni germinali, cioè sulla linea di trasmissibilità». Inoltre i nuovi farmaci parp-inibitori hanno cambiato  in maniera importante l'aspettativa di vita delle pazienti, perché consentono di prolungare enormemente l'intervallo libero dalla malattia.  

Non solo: visto che i portatori sani hanno una probabilità da 30 a 50 volte maggiore di sviluppare un tumore dell'ovaio (o del seno), la valutazione genetica consente  al genetista e all'oncologo medico di andare a calcolare a cascata anche nella famiglia di queste pazienti l'eventuale presenza di geni mutati. Questo cosa comporta? «Che pazienti magari giovani vengano indirizzate  nel nostro ambulatorio della patologia eredo-familiare, che di fatto tiene in follow up queste donne con periodiche visite semestrali  fintanto che non si pone l'indicazione a una chirurgia profilattica, cioè l'asportazione profilattica delle ovaie  prima che queste si siano ammalate», continua Sikokis. Così si salvano vite.

«La cosa importante della vocazione genetica è proprio che questo è l'unico modo per le donne sane di fare prevenzione, perché una donna sana che sa di essere portatrice di una mutazione genetica può venire incanalata verso corrette terapie  prima di ammalarsi. Le pazienti che hanno un rischio maggiore di ammalarsi di tumore dell'ovaio entrano in percorsi di sorveglianza, ma soprattutto hanno accesso alle chirurgie profilattiche, cioè si arriva all'asportazione  di ovaio e tube prima che si ammalino. In  alcuni Paesi,  tipo gli Usa, ciò ha abbattuto l'incidenza del tumore ovarico in maniera significativa».