×
×
☰ MENU

Alcol, i rischi per il cervello

Alcol, i rischi per il cervello

di Antonella Cortese

13 Ottobre 2021,10:01

In vino veritas. Lo declamavano gli antichi romani che sovente alzavano il gomito, ma la tradizione di produrre e bere sostanze alcoliche risale addirittura al tardo paleolitico quando fu scoperta la fermentazione. Tracce di birrerie si trovarono già nel 4000 a.C. in Egitto e Babilonia, mentre la più antica testimonianza dell’uso di alcol come medicinale è identificata in una tavoletta sumerica risalente al 2100 a.C., in cui l’alcol veniva considerato un eccellente rimedio terapeutico. Dobbiamo arrivare nel XIX secolo per parlare della pericolosità di tale sostanza. Ma allora i modi di dire della nostra tradizione come «l’alcol fa buon sangue, la birra fa latte» sono solo temibili luoghi comuni? Lo chiediamo a Cristiana Di Gennaro, medico referente del Centro di alcologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma.
 «Gli studi del XIX secolo hanno sostituito le false credenze in nuove verità basate su studi scientifici ad hoc che pongono l’accento sui danni psico-fisici prevalenti, e da terapie specifiche che migliorano la vita di chi è caduto dentro la silenziosa trappola del non ritorno».

È possibile tracciare l’identikit dell’alcolista? 
«In realtà risulta alquanto problematico: al riguardo sono state proposte diverse definizioni: l’ultima, risalente al 2013, è del Dsm V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) che non distingue più tra abuso e dipendenza alcolica, ma unisce le due entità nosologiche in un unico termine, “Disturbo da uso di alcol”. Nel 2010 sull’autorevole rivista Lancet è stato pubblicato un commento editoriale in cui l’alcol veniva considerato più pericoloso per la salute pubblica rispetto a cocaina, cannabis ed ecstasy. Si evince, dunque, che sono le ricadute nel bere alcolico ad avere un impatto sociale, mentre l’alcol, di per sé, rimane un problema medico a tutti gli effetti. Per questi motivi mi rivolgo ai lettori della Gazzetta di Parma affinché comprendano che la diagnosi di alcolismo non ha connotazioni sociali, ma solo ed esclusivamente implicazioni sanitarie, spesso complesse».

Come si stabilisce la diagnosi?
«È necessario usare indicatori specifici come il background alcolico del paziente, compresa l’età di inizio del potus (età di inizio del bere), il craving (la compulsione/urgenza a bere alcolici), la modalità di assunzione, la familiarità, il concomitante/pregresso consumo di droghe, test psicometrici specifici, l’uso non terapeutico di psicofarmaci, l’anamnesi traumatologica positiva ricorrente e la comorbilità. Tenendo conto di tutti questi parametri, è possibile stabilire diagnosi e prognosi, nonché ipotizzare quale neurotrasmettitore è coinvolto nell’alcolismo di quel paziente, individuando spesso il farmaco giusto per la cura».

Quanto conta la genetica nel disturbo da uso di alcol? 
«Abbiamo recentemente pubblicato su un autorevole rivista scientifica (Progress in neuropsychopharmacology & biological psychiatry), in collaborazione con la Clinica psichiatrica, il Dipartimento di scienze chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale dell’Università di Parma e con l’United Nations office on drugs and crime di Vienna, un lavoro che ha dimostrato la prevalenza dell’alcolismo in soggetti maschi con un genitore alcolista e con il proprio genotipo associato ad una alterata neurotrasmissione dopaminergica. In altri termini, la dopamina è il neurotrasmettitore della aspettativa della gratificazione: se tale circuito è danneggiato il soggetto tenderà a riprodurlo in modo artificioso con l’alcol».
 

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI