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L'«altro» virus che toglie il respiro

L'«altro» virus  che toglie il respiro

di Monica Rossi

15 Dicembre 2021,15:35

Corre l’obbligo di una doverosa premessa: il virus che in questi giorni è balzato agli onori della cronaca è una «vecchia» conoscenza della medicina.  Non è affatto nuovo, infatti, tanto che se ne parla dagli anni ‘50; eppure, mai come ora è sulla bocca di tutti. Intanto perché a essere ricoverata per virus respiratorio sinciziale (o RSV) è stata la secondogenita di Fedez e Chiara Ferragni, che a fine ottobre ha pubblicato un paio di storie su Instagram per aggiornare i suoi 25 milioni di fan sulle condizioni della piccola Vittoria Lucia e chiedere lumi (ai follower?) sulla malattia.  
E poi, ahinoi, perché a La Spezia e a Castellamare di Stabia (Napoli) sono morti due lattanti di appena undici e 5 mesi, entrambi colpiti dal virus. Sospetti anche su altri due casi mortali, uno a Siena (un bambino di 3 anni) e un altro nel lodigiano su cui si sta indagando. 


Ma  cos'è esattamente il virus respiratorio sinciziale? Chi sono i soggetti più a rischio e perché? Per fare chiarezza e soprattutto tranquillizzare chi già fa quotidianamente i conti con i timori legati al Covid, intervengono gli specialisti dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma: la professoressa Serafina Perrone,  direttrice dell’Unità Operativa Complessa di Neonatologia; Enzo Romanini, responsabile della struttura semplice dipartimentale di Terapia intensiva neonatale; e Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria e  direttrice  della Clinica pediatrica, che in merito alla profilassi svela importanti novità (nella pagina accanto).  «L’inverno scorso, non abbiamo praticamente avuto casi di RSV - dicono gli esperti -   Complici le restrizioni da emergenza sanitaria, oltre che le norme igieniche implementate contro il Covid, il virus è rimasto in stand by». «C’è stata una circolazione contenuta sia perché ci siamo protetti con le mascherine e i distanziamenti, sia perché si è verificato il fenomeno dell’interferenza virale - specifica Esposito -: il Sars-Cov2, essendo un virus nuovo, ha prevalso rispetto all’RSV e ha avuto la meglio». Ma ora che stiamo tornando alla normalità, si è ripresentato e per di più in anticipo.


1 Curati 28 pazienti  in poche  settimane 
Spiega Serafina Perrone che  «l’RSV, che appartiene alla famiglia delle Paramyxoviridae, è uno dei principali virus in grado di causare infezioni respiratorie nei bambini, soprattutto sotto i  due anni di vita. La casistica in particolare ci dice che colpisce il 70% dei lattanti con meno di 12 mesi. A essere interessate sono le vie aeree inferiori, i bronchioli, che nei bambini piccoli sono ancora poco sviluppati e sottili».   Mentre negli adulti, nei ragazzi e nei bambini più grandicelli l’infezione può determinare una forma più lieve di infezione respiratoria, in quelli sotto l’anno di vita ci sono rischi maggiori. «Possono andare incontro a forme anche gravi che richiedono l’ospedalizzazione: sotto i tre mesi di vita, abbiamo un’incidenza del 50 per mille, con ricoveri di almeno cinque giorni. Di questi, quasi il 7% può avere bisogno di cure semi-intensive»,  dice  Perrone. Mentre in molte città italiane sta salendo l’allarme, «a Parma abbiamo ancora un numero di casi contenuto: nelle ultime settimane ne abbiamo curati otto in neonatologia e più di 20 in pediatria, tutti con esito positivo, ma la stagione è ancora all’inizio. Teniamo alta la guardia», avvisano   Perrone ed Esposito.

2 Neonati e lattanti  i più esposti 
Neonati e lattanti sono i più esposti all’RSV: il virus, che quest’anno si è presentato in anticipo rispetto agli anni passati, è la principale causa di bronchioliti. La formazione di tappi mucosi causa il restringimento e l’ostruzione delle piccole vie aeree, già di per sé di ridotte dimensioni nei bambini piccoli. «L’infiammazione dei bronchioli, che sono la parte più bassa del polmone, compromette la corretta funzione respiratoria: ecco perché uno dei sintomi più evidenti è il respiro sibilante -  spiega Enzo Romanini -. La malattia può essere da lieve a severa e richiedere quindi l’ospedalizzazione con supporto di ossigeno in terapia intensiva. Vitale, nel percorso di cura, la ventilazione, che può essere non invasiva o invasiva. Più il bambino è piccolo e più la gestione dell’infezione è difficoltosa. Fortunatamente, i neonati per i quali è necessario un supporto meccanico che prevede l’intubazione, sono pochi». E dopo la guarigione? «A un polmoncino “insultato” in maniera importante dal virus respiratorio sinciziale può servire molto tempo per tornare alla normalità  -   dice  lo specialista - e il decorso post ospedaliero richiede molte attenzioni». 

3 Verificare la saturazione 
«Le manifestazioni sono aspecifiche: oltre al raffreddore, il piccolo può sviluppare una tosse insistente, secca e stizzosa, e avere la febbre - spiega Perrone -. Il primo vero allarme è la difficoltà respiratoria, che si manifesta con un’aumentata frequenza. C’è insomma un “lavoro” respiratorio: il bambino ha “fame” di ossigeno e questo lo porta a utilizzare i muscoli diaframmatici e intercostali». Si possono così formare  rientramenti intercostali: il torace si comporta come una fisarmonica che cerca di far passare più aria possibile. «Attenzione anche al sibilo che accompagna il respiro: è dovuto al restringimento del bronchiolo. La cartina di tornasole per capire se c’è stress respiratorio è la saturazione periferica da eseguire con il pulsossimetro: una saturazione inferiore al 95% è già da allerta, una stabilmente sotto il 92% richiede l’ospedalizzazione». Secondo la Società italiana di pediatria, altri sintomi cui prestare attenzione sono l’interruzione della respirazione (apnea), i rientramenti al giugulo (cioè una fossetta più marcata tra il collo e lo sterno), l’alitamento delle pinne nasali perché il piccolo cerca di usare anche il naso per respirare meglio e il fatto che il bambino non riesca ad alimentarsi.
 
4 Tra gennaio  e marzo il picco
L'RSV è molto diffuso e contagioso: si presenta tra novembre e aprile con picchi tra gennaio e marzo. «Per prevenirlo, facciamo tesoro della lezione del Covid-19 - avvisano Perrone e Romanini -. Dunque, attenzione all’igiene personale e domestica: lavarsi spesso le mani e disinfettare le superfici, visto che il virus vi sopravvive fino a 7 ore. Poiché si trasmette con le secrezioni respiratorie e per contatto per 6-7 giorni, limitare le occasioni di socialità in ambienti altamente contagiosi: questa raccomandazione vale soprattutto per i bambini fragili».  Non tutti i neonati corrono infatti gli stessi rischi. «Le categorie cui prestare attenzione - spiegano - sono i prematuri nati  sotto le  35 settimane di gestazione e quelli altamente prematuri, così come i trapiantati, i bambini affetti da cardiopatie congenite, fibrosi cistica, malattie neuromuscolari, immunosoppressione». «In particolare, nei piccoli nati prematuri si è verificato un incompleto trasferimento di immunoglobuline dalla mamma: non avendo dunque potuto ricevere gli anticorpi materni, processo che avviene nelle ultime settimane di gestazione, i neonati pretermine sono più a rischio di contrarre l’infezione», specifica Perrone.


5 La profilassi? Con un anticorpo 
«Essendo una patologia virale, non esiste una terapia farmacologica specifica e a maggior ragione non si deve ricorrere all’antibiotico: la malattia deve fare il suo decorso. Quando  è  necessario il ricovero, si ricorre all’ossigenazione e, a secondo del quadro, al supporto via flebo di liquidi e nutrienti», spiega Perrone.  Per la profilassi c’è il Palivizumab: «Un anticorpo monoclonale, ottenuto con la tecnica del Dna ricombinante, contro il virus: si somministra ai neonati a rischio mediante iniezione intramuscolare una volta al mese per cinque mesi nel primo anno di vita». Copre il periodo che va da ottobre-novembre a marzo-aprile e ha dato ottimi risultati: «L’ospedalizzazione dei neonati a rischio si riduce dell’80%,  e per i prematuri affetti da broncodisplasia si è avuto un calo delle ospedalizzazioni pari al 40% circa  -  svela la specialista -. Questo tipo di profilassi è raccomandato per i lattanti nati prima delle 29 settimane di età gestazionale o con fragilità perché li mette al riparo da eventuali complicanze future da RSV, come l’asma che può insorgere nei cinque anni successivi all’infezione. Non interferisce peraltro con il calendario vaccinale standard, che va sempre rispettato».
 

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