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Cicatrici addio. Dai tutori compressivi ai cerotti al silicone: le terapie

cicatrice

di Isabella Spagnoli

15 Gennaio 2022,10:24

Il termine «cheloide» deriva da una parola greca che in italiano significa letteralmente «simile alle chele del granchio». «La consistenza solida e l’aspetto spugnoso del cheloide (cicatrizzazione patologica) formano una sorte di disegno in rilievo sulla pelle simile appunto alle chele di un granchio che cammina di traverso e cresce oltre la cicatrice che l’ha prodotto. Il cheloide è diverso dalla cicatrice ipertrofica che, a differenza di quest’ultimo, nel tempo tende a migliorare», spiega Edoardo Caleffi, direttore dell’Unità operativa di Chirurgia plastica e Centro ustioni della nostra Azienda ospedaliero universitaria -. Nel tempo, la cicatrice cheloide, potrà diventare sempre più dura e più dolente, rossa e pruriginosa e maggiormente in rilievo».


Caleffi spiega che nel tempo sul cheloide potrebbero svilupparsi dei tumori, carcinomi spinocellulari, capaci di impiantarsi su queste cicatrici. «Il cheloide va trattato non solo perché può provocare disagi di tipo estetico ma poiché si tratta di un problema morfofunzionale – continua l’esperto -. Parliamo di una cicatrice deturpante che, per fare un esempio, se colpisce la palpebra non permette più al paziente di aprire l’occhio, se si presenta sulla bocca, può essere responsabile della perdita di controllo della saliva o della masticazione, se si palesa sulla mano interviene sulla funzionalità della stessa e via dicendo».
Caleffi sottolinea quanto sia importante trattare nel migliore dei modi i cheloidi per consentire ai pazienti di mantenere una dignitosa vita di relazione, sociale lavorativa e affettiva. «Il cheloide si tratta in due modi: intervenendo subito sul trauma che ha causato la cicatrice (soprattutto per quanto riguarda le ustioni) e nel tempo per vedere come quest’ultimo evolve. Esistono trattamenti di tipo medico, fisico e chirurgico. Appena la cicatrice sarà guarita (dall’ustione, intervento chirurgico e altro) dovremo intervenire per far sì che i miofibroblasti (tipo di cellule coinvolte nei processi di guarigione delle ferite che possiedono la capacità di contrarsi) diventino più corti. L’organismo mette in atto questo procedimento di “riparazione”, per cercare di ridurre la parte cruenta del danno, ma cosi facendo alza la cicatrice che non sarà più piana, ma in rilievo. Questi miofibroblasti vanno contrastati subito con dei tutori elastocompressivi su misura che vengono mantenuti per tutta la giornata per diversi mesi. Oltre a ciò esistono presidi speciali che possono essere d’aiuto. Fra questi cerotti al silicone che vengono applicati (anche per molto tempo) sulla cicatrice, oltre a creme e gel che devono esser massaggiati con vigore lungo il senso della cicatrici».
Caleffi spiega che queste procedure devono essere attuate per i primi mesi. «Esiste poi l’intervento laser che ogni 45 giorni, in regime ambulatoriale (per i piccoli pazienti in anestesia) aiuta la riduzione della cicatrice. Disponiamo di 4 tipi di laser diversi che vengono usati a seconda del tipo di cicatrice. La laser terapia è spesso abbinata ad infiltrazioni all’interno del cheloide stesso con un derivato del cortisone. Sono orgoglioso di dire che otteniamo risultati eccezionali, non sono a livello estetico ma anche per quanto riguarda la qualità di vita del paziente».


Caleffi spiega che il laser viene utilizzato fra i 15 e 30 giorni dalla dimissione del malato. «Quando notiamo che la cicatrice diventa esuberante nonostante i tutori e gli altri accorgimenti e tende a crescere interveniamo immediatamente. Prima si agisce e migliore sarà il risultato. Per concludere sottolineo che il cheloide tende a recidivare se asportato chirurgicamente, per questo esistono le procedure sopraelencate. Sarebbe molto più semplice rimuoverlo, purtroppo, però, la recidiva sarebbe peggiore del cheloide stesso».

© Riproduzione riservata

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