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SALUTE

In sala parto assieme al papà

L'importanza di «essere in tre»

neonato

19 Gennaio 2022,08:56

Nove lunghi, emozionanti mesi di attesa, dal test di gravidanza fino al travaglio. In mezzo, le visite di controllo con tutta l’emozione del battito che lascia senza parole dalla prima all’ultima ecografia, più gli screening e l’attesa trepidante dei relativi esiti.
E poi, l’ardua scelta del nome che metta tutti d’accordo, la co-partecipazione ai corsi preparto, lo shopping puntuale e minuzioso e le sortite per scovare quella precisa leccornia dettata dalla voglia del momento (come da miglior copione cinematografico, ma tant’è: c’è chi le fa!).
E poi? E poi, causa pandemia, migliaia di papà o partner non hanno potuto, e in molto casi ancora non possono, stare al fianco della futura mamma in sala parto per vivere l’emozione della nascita. Come dire: relegati in un angolo nel momento più toccante, importante e significativo. È giusto?


Per la Società italiana di neonatologia (che, insieme alle società scientifiche e alle federazioni professionali sanitarie dell’area perinatale, ha presentato un documento sulla «Presenza del partner/caregiver nelle aree di ricovero di madri e neonati in corso di pandemia da Covid-19»), no.
A ribadirlo è il presidente della Sin Luigi Orfeo, secondo cui «sono ancora troppe le strutture ospedaliere in Italia che lo negano». In molti nosocomi, infatti, persiste (come si legge nel documento) «una limitazione o sospensione della presenza del partner in travaglio e in puerperio, così come il divieto o limitazione per il compagno di accedere a far visita alla coppia madre-neonato nell’area di degenza ostetrica, la riduzione (talora drastica) dell’orario di visita dei genitori alle terapie intensive neonatali e il mancato rooming-in per le coppie madre-figlio in buona salute».
La Sin ha ribadito che è il momento di garantire la presenza dell’altra metà in ospedale, «vicino al neonato e alla partner».
L’invito, pienamente condiviso dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia e rivolto ai responsabili medici d’area materno-infantile, è di «riesaminare le routine attuali nei punti nascita italiani, garantendo la presenza del padre/partner/caregiver e più in generale le pratiche post-partum volte a facilitare la relazione madre-bambino, quali il contatto pelle a pelle, l’attacco diretto al seno e il rooming-in».


Secondo la Società, si sarebbe sottovalutato il rischio delle limitazioni, che hanno generato un disagio psicologico a entrambi i genitori.
«Dal momento che l’assistenza alla diade madre-bambino va centrata sulla nuova famiglia, è prioritario che la coppia (se Covid-19 vaccinata, guarita o negativa), nel rispetto delle norme di prevenzione del contagio, possa stare col proprio figlio nell’interesse del minore, anche per consentire l’attivazione dei processi di attaccamento e per l’avvio dell’allattamento. Premessa per questa vicinanza è la presenza del padre del neonato/partner in ospedale. La valutazione del rapporto benefici/rischi supporta senza incertezze questa scelta».
I genitori, insomma, come ribadito poi anche dall’Efcni («European foundation for the care of newborn infants») e da Vivere Onlus, non vanno intesi e gestiti alla stregua di comuni visitatori, bensì come veri e propri prestatori di cure, coinvolti direttamente nel contesto assistenziale del neonato. Sono insomma «indispensabili e insostituibili».
In questo contesto, Parma è sempre stata ed è ancora una felice eccezione nel panorama dei nosocomi italiani: anche durante la fase più critica della pandemia nel 2020, con la futura mamma negativa al Covid, non si è mai negato l’accesso ai papà in sala parto.
E oggi, sebbene si stia registrando un picco di casi e stia purtroppo dilagando la variante Omicron, le porte delle sale parto restano aperte ai padri o ai compagni delle future mamme.


«Nonostante l’impennata di contagi, si è valutato di continuare a permettere ai padri/partner di entrare in sala parto con le mamme in attesa - dice Tullio Ghi, professore ordinario e direttore dell’Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia dell’Azienda ospedaliera universitaria di Parma -. Con il nostro gruppo di lavoro del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Maggiore, stiamo infatti vagliando soluzioni per garantire l’accesso in tutta sicurezza. Una è quella di invitare le donne, quando vengono in ospedale a fare la visita per la presa in carico, alla trentaseiesima-trentasettesima settimana di gravidanza, di procurarsi dei test rapidi antigenici da avere pronto all’uso per il proprio marito o compagno, che così potrà condividere con la mamma la gioia della nascita in tutta serenità», conclude il primario.
Insomma, al tempo del Covid cambia anche il corredo maternità: tra body, tutine e bavagli, è bene che nella borsa da preparare per andare in ospedale, ci sia anche il test antigenico rapido per il futuro papà.

© Riproduzione riservata

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