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SALUTE

Afasia, quando restiamo senza parole

Vocaboli sbagliati o privi di senso, fatica a parlare fino all'impossibilità: come intervenire

Senza parole

di Monica Rossi

20 Giugno 2022,11:28

Die Hard si ritira causa afasia: Bruce Willis, l’adrenalinica star capace di uscire da infernali trappole di cristallo, non può superare l’ostacolo della parola che viene a mancare. Ma cos'è l’afasia, disturbo che in Italia interessa circa 200.000 persone? Lo spiega Liborio Parrino direttore della Neurologia dell'ospedale Maggiore.

«Il problema può essere affrontato da mille prospettive ed è noto da tempo - esordisce - Ne parlano persino le Sacre Scritture, quando nel Vangelo, scopriamo che a essere afasico fu Zaccaria, il padre di San Giovanni Battista. La sua incapacità di parlare, improvvisa dicono le scritture come “punizione” per non aver creduto alle parole dell’Altissimo circa la sua imminente genitorialità, non era però peggiorata dall’incapacità di scrivere (l’«agrafia» che può colpire chi diventa afasico). Poté insomma scrivere il nome del figlioletto su una tavoletta quando venne il giorno della circoncisione. Dunque, al netto della storia biblica che si potrebbe prestare a varie interpretazioni, quello dell’afasia è un problema che conosciamo da millenni. A livello neurologico, è una lesione dei centri della parola e può avere esito fluente o non fluente».

La prima (detta anche «recettiva» o di Wernicke) è spesso leggera al punto che il paziente non ne è consapevole, per quanto il deficit ci sia: benché le frasi siano fluenti e articolate, possono essere prive di senso o includere vocaboli errati. «“Cavolo” al posto di “tavolo”, ad esempio», chiarisce Parrino. Con l’aggravante che chi ne è affetto fatica a riconoscere le proprie lacune e a comprendere il discorso altrui.

Con l’afasia non fluente («espressiva» o di Broca), i pazienti sanno cosa vogliono comunicare, ma faticano a dire le parole, sebbene capiscano meglio il discorso degli altri. Esiste anche l’afasia globale, la forma più grave conseguente magari a un ictus, a un tumore o a un trauma cranico.
La comparsa di afasia dipende largamente dalla sede e dalla dimensione del danno, che nella maggior parte dei casi (90%), riguarda il lobo frontale e temporale sinistro.

«Nel caso dell’ictus, ad esempio, se la paralisi riguarda il lato sinistro del corpo, la parola è salva; se invece la paralisi interessa il lato destro, il paziente perde anche la parola», spiega lo specialista.
«L’afasia che non dipende da eventi come ictus, traumi o neoplasie, è detta progressiva primaria e deriva principalmente da forme di invecchiamento e/o demenza - spiega Parrino - Si presenta magari lentamente e la prima manifestazione è proprio la difficoltà di inserire, nel discorso, le parole desiderate e da qui un lento, inesorabile declino comunicativo». Che non è detto sia irreversibile. «Si possono seguire dei percorsi e i logopedisti sono bravissimi: la logopedia, una volta eseguita la diagnosi e compresa la causa dell’afasia, è il primo passo della neuroriabilitazione».

«Fondamentale affinché sia efficace, è l’assenza di disturbi di coscienza e la presenza di adeguate risorse attentive e di comprensione. Predittori minori del recupero sono anche l’età e la scolarità del paziente - spiega Marco Spallazzi, responsabile dell’Ambulatorio disturbi cognitivi della Neurologia del Maggiore - La motivazione del paziente, della famiglia e del professionista incidono in modo importante sull’efficacia del trattamento, la cui durata è generalmente prolungata fino a quando si hanno miglioramenti significativi ed è sospesa dopo alcuni mesi in assenza di beneficio».

Ma come si valuta l’entità del problema? «Esistono batterie e test del linguaggio che permettono al logopedista di oggettivare la presenza e di definire entità e tipologia del disturbo - continua Spallazzi - Un percorso diagnostico e terapeutico dedicato per i disturbi afasici si può avvalere anche delle tecniche di risonanza magnetica funzionale (fMRI) per meglio misurare la neuroplasticità e inquadrare le potenzialità di recupero. Con task-specifici del linguaggio eseguiti durante l’esecuzione della RM, è possibile ad esempio verificare se il paziente abbia una codominanza per alcune funzioni del linguaggio (cioè se possiede aree del linguaggio in entrambi gli emisferi cerebrali), aspetto che aumenta le possibilità di recupero anche in caso di lesioni cerebrali estese».

© Riproduzione riservata

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