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Il travestimento

Giù la maschera: qual è il significato del Carnevale

Carnevale, festa di forti significati psicologici e religiosi: eversione, accettazione della parte «oscura», rinascita. Permette di rappresentare qualcosa di vero di sé che abitualmente si vuole dissimulare

Giù la maschera

24 Febbraio 2025, 09:26

Carnevale è arrivato: una festa che esisteva già nei popoli primitivi, passato poi nel mondo della Roma antica e nel periodo classico greco. Ma qual è il significato psicologico del Carnevale, per adulti e bambini? Risponde Maria Teresa Gaggiotti, psicologa e psicoterapeuta dell'Ausl di Parma.
«Carnevale è trasgressione: un invito a mangiare carne, come dice il nome, un ultimo invito prima della Quaresima. Il significato psicologico del mascherarsi è molto profondo, è trasversale a ogni tipo di cultura e civiltà. Secondo la psicologia, soprattutto junghiana, la maschera (il termine “persona” in origine indicava la maschera indossata dagli attori nel mondo classico, cioè dai personaggi) è il tramite tra il nostro ego e la società. È il nostro modo di presentarci agli altri e diventa un meccanismo difensivo che ci protegge contro le possibili ferite emotive che temiamo possano farci soffrire se mostriamo la parte più intima di noi».

Il Carnevale quindi ci permette di mostrare una parte più autentica di noi stessi?
«La maschera quotidiana è diversa dalla maschera scelta dall’attore che permette invece di rappresentare qualcosa di assolutamente vero di sé ma che si vuole dissimulare o si deve dissimulare tutti i giorni per ragioni profonde ed inconsce. Il Carnevale, dove è permesso tutto, ci consente di essere una parte di sé inaccettabile o fantastica che si discosta dalla maschera quotidiana.

Vale anche per i bambini?
«Nei bambini il mascherarsi è semplice, è più spontaneo e coincide con un desiderio mentre, nell’adulto, spesso può succedere di non desiderare di stare al gioco e di non accettare di travestirsi o di indossare una maschera diversa da quella quotidiana che si mostra agli altri. I bambini in età scolare si travestono da personaggi che possono per qualche giorno incarnare e che rappresentano la realizzazione di un desiderio: un super eroe, la principessa dell’ultimo cartone, un animale amato e via dicendo».

Come sono cambiate negli anni le maschere infantili?
«Zorro e la Fata Turchina, che per decenni hanno vinto il primo posto nella sfilata carnevalesca, hanno lasciato il posto alla famiglia Addams (la cui serie “Mercoledì” ha dato origine ad un Carnevale anticipato) e ai personaggi del mondo magico di Hogwarts. Zorro è diventato vintage e nessuno crede più nella bacchetta fatata della Fata Turchina come al naso lungo di Pinocchio, ma sempre di più a superpoteri quasi virtuali. Ricordo un bambino che, avendo dovuto trasferirsi con la famiglia all’estero con la famiglia, non accettava di togliersi il mantello da Zorro neanche all’asilo: Zorro era lui e così si difendeva dagli altri che non conosceva e che parlavano una lingua sconosciuta».

In cosa il Carnevale si differenzia da Halloween?
«Il periodo del Carnevale si sta allungando e confondendo con altre feste simili ma differenti rispetto alla nostra cultura: ad Halloween le metafore delle maschere legate al regno dell’aldilà e agli inferi sono preponderanti. La morte si traveste da scheletro, diavoli streghe e zombi. La festa anticipa la festa cristiana di tutti i santi e di tutti i morti, ma non è legata alla rinascita. Halloween diventa sempre più un commerciale modo per esorcizzare la paura della fine e la distanza dalla nostra cultura tradizionale la dissocia dal significato profondo impedendone la fase rituale».

Anche il Carnevale oggi ha perso parte del suo significato profondo?
«Il legame del Carnevale come rito legato alla fine ed all’inizio viene dimenticato dalla cultura attuale che è sempre più distante dai riti che permettono di accogliere la morte come parte integrante del ciclo dell’esistenza, mascherandola da fallimento della tecnica e della scienza. Il Carnevale, spogliato dello spessore della condivisione sociale come strumento spirituale, resta una festa confinata all’infanzia come momento di pausa dalle fatiche scolastiche. Il legame con il rito lo troviamo ancora in popoli dove il confine tra il reale ed il soprannaturale è più sottile come nelle culture dell’America latina. Basti pensare al Carnevale di Rio de Janeiro o al Messico dove il “Dia de muertos” è un'esplosione di colori, suoni e golosità».

Cosa resta del Carnevale come periodo che precede la Quaresima e la Resurrezione di Cristo, ma anche il risveglio della natura con la primavera?
«Non certo la ritualità scandita da date precise, visto che si inizia prima e si prosegue per alcune domeniche di Quaresima. Né i dolci tipici che spuntano appena spente le luci dell’albero di Natale e neppure il digiuno quaresimale, sostituito da varie forme di digiuno “intermittente”. Resta forse la tenerezza con la quale guardiamo i bambini che colgono l’occasione per sentirsi quel Personaggio e la voglia un po’ nostalgica di fare festa, perché abbiamo tutti un po’ bisogno di cogliere l’occasione di sorridere».

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