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Noi e la DAD: Uniti a distanza, di Alberici Martina, 3E Liceo Scientifico Bertolucci

18 novembre 2020, 08:38

Il 2020 ha messo a dura prova le vite di tutti noi, estirpando ogni certezza dalla quotidianità delle nostre giornate. Da mesi ormai stiamo sperimentando sulla pelle il peso frustrante di dubbi e pressioni, privati di quella spensierata realtà in cui non ci rendevamo conto di vivere; colti alla sprovvista dalla lotta contro il virus siamo stati esposti a rischi enormi, dai quali tutt’oggi non siamo pienamente tutelati, finendo trascinati in un loop di incertezza, decreti e telegiornali da cui pare impossibile saltare fuori.

Mantenere la distanza è la nostra miglior difesa, ma solamente restando uniti otterremo, presto o tardi, la vittoria. Il paradosso che ne deriva, restare uniti da lontano, incarna l’ideale, divenuto ormai realtà, a cui il sistema scolastico ha ambito fin dagli albori del problema, tramite l’inserimento della didattica a distanza nel processo educativo.

Se da molti studenti la DAD ha ricevuto approvazione ed elogi, ha ottenuto da altrettanti critiche e dissenso. Per quanto mi riguarda, non negherò le limitazioni e gli svantaggi complessivi che ricadono sull’istruzione degli studenti, ma ritengo giusto anche riflettere sugli aspetti positivi che ha implicato. Ci stiamo lentamente responsabilizzando nei confronti della collettività, prendendo attivamente parte a questo inatteso allenamento alla vita adulta; la scuola manca, ammettiamolo, sia ad alunni che a insegnanti, ma da questa lacuna emotiva stiamo riscoprendo il senso di unione che ci lega come classi e come persone. Inoltre questa esperienza ci ha arricchiti, portando ad una dimestichezza informatica che prima non tutti avevano. 

Spesso però mi capita di sentire commenti indelicati sulla mia generazione, a cui viene universalmente associata l'inclinazione alla mancanza di impegno e per la quale si ritiene sia semplice far fronte a questa situazione. Ferisce sapere che il nostro impegno non sempre venga riconosciuto. Stiamo tutti combattendo, stiamo tutti facendo sacrifici, spronati dal desiderio comune di uscire vincenti dalla battaglia. L’isolamento sociale ha colpito noi ragazzi in prima persona e la mole di complicazioni che ha comportato ha avuto conseguenze dirette sulla salute e sul benessere di parecchi di  noi studenti. Siamo stati privati dei rapporti con i nostri amici, dello sport,  costretti a ridurre i contatti con le persone a misere videochiamate su schermi 2D; ma noi non siamo robot da esporre ad uno studio sistematico, siamo esseri umani e come tali, senza contatto, veniamo privati di un innesco di reazione. 

Le nostre menti non sono predisposte a restare connesse h24, sopportando i bombardamenti di news e informazioni ma anche le sollecitazioni della stessa didattica a distanza, veicolata per forza di cose attraverso la rete. Per assurdo, la connessione costante a cui da tempo ormai siamo avvezzi ci sta permettendo di comprendere la vera importanza del distacco dal mondo digitale. 

Sentiamo il bisogno di concedere tempo a noi stessi, per darci la possibilità di metabolizzare gradualmente la situazione, di staccare la spina, di disconnetterci dal virtuale, da uno schermo. Sto lentamente scoprendo nuove passioni, o semplici piccole cose che mi fanno stare bene, tra cui cucire, disegnare, camminare e raccogliere mazzi di fiori nei campi fuori città; sto riscoprendo interessi da tempo abbandonati, come lettura e bricolage, ma tra tutti ascoltare musica si è rivelato realmente capace di trasportarmi in un’altra dimensione.

Ciò che prima era banale, come passeggiare in centro città, incontrare gli amici, fare un saluto ai parenti, assume ora per noi un vero valore. Siamo tornati a percepire la reale bellezza delle cose, a captarne l’essenza; se è stata una pandemia globale a generare tale progresso, auguriamoci di farne tesoro e preservarlo,  prima che questa facoltà ci sfugga con il progressivo ritorno alla realtà precedente.