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«I masnadieri»: una giostra di emozioni estreme



Festival Verdi - «I masnadieri»: una giostra di emozioni estreme

«I masnadieri»: l'opera per la regia di Leo Muscato. Foto Ricci

 

A partire da venerdì 7 ottobre, per un totale di otto recite, al Teatro Verdi di Busseto andrà in scena «I masnadieri» che avrà per protagonisti i giovani cantanti selezionati dal Concorso Internazionale Voci Verdiane in collaborazione con la Scuola dell’Opera del Comunale di Bologna. Sul podio dell’Orchestra dell’Opera Italiana salirà il giovane direttore sloveno Simon Krecic.

Maestro Krecic, qual è il primo ricordo legato alla musica in generale e a Verdi in particolare?

«I miei genitori non sono musicisti, ma a casa avevamo un pianoforte verticale e numerosi dischi di musica classica. Il mio preferito era uno di danze medievali e nella mia infanzia arrivavo a sentirlo anche 120 volte al giorno. La mia passione per l’opera è arrivata più tardi, quando ero studente. Sicuramente nel mondo dell’opera Verdi e Puccini occupano un posto speciale tra i “santi”».

Qual è la sua opinione su quest’opera e come pensa di interpretarla?

«La trovo bellissima: più si studia approfonditamente e più si scoprono gioielli. Mi piacciono soprattutto i duetti. È un'opera di emozioni estreme: dalle più intime e tenere espressioni e confessioni d’amore alle più crudeli e violente azioni. Studiandola mi sono chiesto perché non si esegua più spesso: la storia, tratta da Schiller, funziona bene e la musica è bellissima. Forse in certi casi troppo bella per quello che sta descrivendo, come nell’aria di Francesco dove espone il suo piano malvagio su una dolce melodia: è molto difficile da rendere. Vorrei che gli spettatori ricevessero già dalla prima nota che si tratta di un’opera drammatica e tetra. L’orchestrazione aiuta questo effetto grazie agli ottoni e ai legni usati nel registro grave».

Come si sente a dirigere quest’opera in un teatro come quello di Busseto?

«È un’esperienza unica. Come ho detto noi “gente dell’opera” vediamo Verdi come un “santo” e eseguire un suo titolo nel suo luogo di nascita è una cosa sacra e la farò con tutto il rispetto possibile. Da ogni muro, angolo, strada e casa si può sentire irradiarsi lo spirito di Verdi e non solo il suo: tantissimi grandi dell’opera sono passati di qua. Forse come straniero ho ancora più rispetto per questi luoghi: le persone del luogo sono abituate ad incontrare Verdi ogni giorno in ogni strada, ma per me è un'occasione emozionante».

L’allestimento, invece, sarà quello firmato dal regista Leo Muscato, ideato nel 2013 per il Teatro Regio.

Qual è il suo primo ricordo legato all’opera?

«Il mio avvicinamento all’opera è stato lento e progressivo ed è passato sempre attraverso Verdi - chiarisce Muscato -. È cominciato da bambino: nella piazza principale di Martina Franca, la mia città, ogni estate montavano una “Cassa Armonica” con tanto di luminarie. Mio nonno mi portava ogni domenica a sentire concerti dei complessi bandistici, i cui repertori non si discostavano mai troppo da Verdi. Nonno conosceva le trame di tutte le opere a memoria e me le raccontava a suo modo. Poi a 15 anni mi sono ritrovato per la prima volta in palcoscenico a fare la comparsa in Ernani, con la regia di Filippo Crivelli, al Festival della Valle d’Itria. Ma è all’Università che ho capito quanto mi piacesse l’opera. E in qualche modo lo devo al mio professore di Storia della musica, Pierluigi Petrobelli (il musicologo, scomparso nel 2012, che fu presidente del comitato scientifico dell’Istituto nazionale studi verdiani, ndr). Ho imparato a leggere la musica, e a non poter fare a meno di studiare sulla partitura, anziché sullo spartito per canto e piano».

Quali difficoltà ci sono nel portare un allestimento pensato per un palcoscenico come quello del Regio in un teatro come quello di Busseto?

«È necessario riuscire a discostarsi dall’idea di riproporre esattamente ciò che era. In questo nostro spettacolo, l’analisi del testo, le dinamiche di relazione fra i personaggi, l’ambientazione, sono le stesse. In una parola la sostanza è identica; la forma invece è molto diversa, e paradossalmente più efficace. Il nostro allestimento per il Regio, era già nato abbastanza minimal. Avevamo dovuto concepirlo perché si alternasse nelle recite con la ripresa del Simon Boccanegra, che aveva un scenario inamovibile, e la nostra scena era obbligata a starci all’interno. Abbiamo ripensato un nuovo spazio che restituisse un sapore simile a quello proposto al Regio. I bravissimi tecnici li hanno riadattati per il nuovo palcoscenico, e alla fine, l’allestimento minimal di Parma è diventato mastodontico a Busseto».

Lavorare con dei giovani, come quelli che comporranno il cast a Busseto, può offrire qualche nuovo spunto?

«Sicuramente sì. Con quasi tutti i giovani cantanti che compongono i tre cast, abbiamo creato un vero e proprio laboratorio di recitazione del tutto identico a quelli che faccio con gli attori di prosa. Ad agosto abbiamo lavorato un paio di settimane facendo solo lavoro fisico, recitazione e analisi del testo. Quando siamo arrivati a Busseto per le prove avevamo già un vocabolario comune. Abbiamo integrato nel gruppo i tre bassi, e a quel punto, mettere in scena lo spettacolo è stato semplicissimo e, in diversi momenti, anche molto emozionante e divertente».