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I PARMIGIANI

«Angeli del fango», in 30 da Parma per aiutare Firenze

Un gruppo di universitari lavorò per giorni alla Biblioteca Nazionale

«Angeli del fango» In 30 da Parma per aiutare Firenze Un gruppo di universitari lavorò per giorni alla Biblioteca Nazionale
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Anche loro erano «angeli del fango». Partiti dalla nostra città in pullman, trenta universitari raggiunsero Firenze nei giorni della grande alluvione del '66. E in un'atmosfera spettrale lavorarono per una settimana spalando melma, lavando libri preziosissimi e stendendo pergamene come si fa con il bucato.
Quarant'anni sono trascorsi da quella tragedia ma i ricordi sono ancora vivi, le sensazioni quasi palpabili insieme all'entusiasmo per una esperienza irripetibile. «La molla che mi fece partire fu duplice: da un lato lo spirito di avventura, dall'altra vedere una città simbolo come Firenze straziata in quel modo» - spiegava alla Gazzetta Haig Ulhuogian, allora giovane studente di architettura.
Il gruppo di universitari parmigiani raggiunse in pullman la città sommersa. «Dormivamo sui vagoni ferroviari a Santa Maria Novella dove avevamo anche l'acqua calda. Tutto sommato avevamo trovato una sistemazione soddisfacente» - ricordava Ulhuogian. Gli studenti arrivati da Parma vennero subito dirottati alla Biblioteca Nazionale dove acqua e fango avevano invaso alcune sale che si trovavano al di sotto del livello della strada.
«Per giorni - raccontava dieci anni fa alla Gazzetta l'architetto parmigiano mancato poche settimane fa - abbiamo spalato fango e lavato libri bellissimi che, in alcuni casi, abbiamo anche irrimediabilmente rovinato. Con grossi fogli di carta assorbente cercavamo di tamponare quei preziosissimi volumi. Pergamene e antiche stampe venivano invece stese per farle asciugare così come si fa con la biancheria. Era davvero una gara di solidarietà mai vista prima che coinvolgeva migliaia di giovani. Uno spettacolo tragico e affascinante allo stesso tempo».
Gli universitari parmigiani, di cui faceva parte fra gli altri anche lo psicologo Beppe Sivelli, vennero poi dirottati agli Essicatoi. «Ricordo che appena arrivammo i medici ci fecero la polivalente, un vaccino contro le infezioni. E ho ancora negli occhi l'immagine, un po' comica, di tutti quei sederi in aria di uomini e donne, senza distinzione» - raccontava  Sivelli. «Si lavorava a catena con le maschere antigas e l'acqua che ci arrivava alla cinta. Per una settimana mangiammo pane e mortadella e il primo caffè caldo lo presi sulla via del ritorno a Parma.
Storie di non ordinaria solidarietà. Storie che oggi si possono raccontare grazie a quell'esercito di «angeli» che riuscì a salvare un patrimonio inestimabile di cultura e di storia.

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