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Il regista Bocchi: «Racconto storie di guerre e di donne coraggiose»

06 luglio 2019, 15:20

Il regista Bocchi: «Racconto storie di guerre e di donne coraggiose»

Ha firmato una lunga serie di documentari, di cui uno su Guido Picelli e oltre 20 su storie di guerra. È Giancarlo Bocchi, il regista parmigiano che presenterà al Sole Luna Doc Film Festival di Palermo la rassegna monografica “Freedom Women”, sei documentari su altrettante donne impegnate in prima linea nella difesa dei diritti e della libertà in sei aree tra le più pericolose al mondo: Afghanistan, Birmania, Colombia, Cecenia, Kurdistan e Sahara Occidentale.
Ha girato più di 20 documentari su storie di guerra, da dove nasce questo interesse?
«Nel 1994 mi sono recato a Sarajevo per testimoniare i fatti che stavano accadendo (l’assedio di Sarajevo durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina), come tante persone intellettuali dell’epoca non ritenevo accettabile il fatto che una capitale europea venisse assediata. Sarajevo ha provocato un cambiamento nei miei interessi e mentre ero lì ho deciso di girare dei documentari che testimoniassero storie di guerra»
Perché ha deciso di raccontare storie di donne?
«Sono rimasto colpito dal ruolo delle donne in questi conflitti, notando tra l’altro che le donne che non combattevano erano più coraggiose di quelle che combattevano. Ne “La figlia del Caucaso” ho raccontato la storia di Lidija Jusupova, definita da Amnesty International “una delle donne più coraggiose d’Europa” e candidata al Premio Nobel per la Pace nel 2006. Ho scelto sei zone che rappresentassero luoghi dimenticati dai mezzi di comunicazione, nei quali si svolgono dei veri massacri. Per esempio in Colombia nei primi mesi dell’anno sono già stati assassinati 51 difensori ed attivisti dei diritti umani. Devo aggiungere che dedico idealmente queste pellicole al capitano della Sea Watch 3 Carola Rackete, una donna che ha dimostrato coraggio e di avere a cuore i diritti umani»
Non dev’essere stato facile girare queste pellicole?
«In tre paesi sono entrato clandestinamente: sono andato sotto mentite spoglie nei territori del Marocco perché non sono ben visti i documentari, come anche in Birmania e in Cecenia. In Afghanistan sono sfuggito a due attentati in alberghi dove ero alloggiato. Forse il posto più sicuro era paradossalmente il Kurdistan, perché lì ero con i curdi. Una storia divertente riguarda il primo viaggio in Cecenia: sono stato fermato all’aeroporto di Mosca perché la Cecenia era una zona vietata, casualmente in quel periodo avevo la tessera degli archivi russi e mi sono finto uno storico impegnato in ricerche su Giambattista Boetti, un monaco domenicano che aveva organizzato un esercito per combattere lo zar. Il sorvegliante mi ha lasciato passare intonando una canzone di Toto Cutugno: “sono un italiano, un italiano vero”»
I suoi progetti futuri?
«Devo montare un documentario sulla persecuzione dei Rohingya in Birmania, per il quale sono stato nei campi profughi e ho raccolto la storia di una famiglia. A breve girerò un documentario storico su Giacomo Ferrari, che è stato comandante dei partigiani e dopo Guido Picelli è il personaggio politico più importante di Parma nel ‘900, un esempio di rettitudine e capacità politica».