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FOTOGRAFIA

Marco Gualazzini: 'La mia Africa, fotografare il cuore della sofferenza'

18 settembre 2019, 10:18

Marco Gualazzini: 'La mia Africa, fotografare il cuore della sofferenza'

C’è un’astrazione pittorica nelle fotografie che aprono squarci di Africa dolente sulle pareti in sasso di Palazzo Pigorini, dove fino al 27 ottobre la mostra «Resilient» di Marco Gualazzini permette di «tastare con gli occhi», come ha detto l’assessore alla cultura Michele Guerra, la forza di un protagonista internazionale dello scatto. 
Vincitore di prestigiosi riconoscimenti, quali Getty Images Grant, PDN e World Press Photo, Gualazzini, parmigiano classe 1976, ai propri esordi s’innamorò del fotogiornalismo alla Gazzetta di Parma. La raccolta di quaranta fotografie dai reportage realizzati in Africa è confluita anche nell’omonimo libro, nato da un’idea del collezionista Giampaolo Cagnin con Roberto Koch di Contrasto.

Organizzata da Contrasto e dal Comune di Parma, la mostra si è svelata in anteprima in un backstage con l’autore e Michele Guerra, felice di «portare a Parma “Resilient”, già presentata a Milano, in sintonia con la frase manzoniana che accoglie al Pigorini (la storia si può definire una guerra illustre contro il tempo) interpretando perfettamente lo spirito della nostra ricerca». La potenza di immagini dalle tinte rembrandtiane, con la luce che cala dall’alto, impone il silenzio e parla da sé.

C’è discrezione nell’immortalare il dolore, purtroppo colonna sonora filmica di «Resilient», un titolo che sa di reazione a testa alta.
L’Africa di Marco Gualazzini inizia nel 2009. Fino al 2018, instancabile, attraversa le crisi umanitarie e militari in Congo, Sudan, Ciad, Somalia. A Parma sono anche esposte foto inedite, recentissime, scattate da Gualazzini a fine luglio scorso, sull’emergenza Ebola tornata a flagellare il Congo. 
I racconti dell’autore saziano e assetano al tempo stesso.
Come nasce questa mostra?  
«Ho cercato di creare un percorso logico - spiega - della mostra, comprendente crisi molto diverse. Il Congo è una delle nazioni cui mi sono maggiormente dedicato. La prima parte riguarda guerra civile del 2012, indagando le cause, come la brama di sfruttamento delle risorse minerarie, e le conseguenze, dallo stupro usato come arma al rapporto tra religione e stregoneria. In Ciad la desertificazione del Lago ha causato due milioni e mezzo di profughi interni. Il Mali è tormentato dalle infiltrazioni islamiste». 
Perché «Resilient»? 
«Il continente africano resiste ai problemi con una capacità straordinaria. Sulla spiaggia di Mogadiscio, simbolo della rinascita somala, Al Shabaab infierisce con i kamikaze. I somali non piegano la schiena e vi fanno ritorno. Per loro andare in spiaggia è segno di orgoglio».
 Dobbiamo riconsiderare il fenomeno delle migrazioni? 
«Certamente possiamo tener presente da dove vengono le persone. Il maggior esodo africano è all’interno del continente stesso. I cambiamenti climatici, i regimi totalitari, il terrorismo islamico, hanno causato una crisi umanitaria complessa. A proposito delle migrazioni interne, forse non sappiamo che l’Uganda da sola ha accolto più profughi dei ricchi Paesi occidentali. La Somalia, ad esempio, riceve chi fugge dallo Yemen».
 Come si entra in una quotidianità di sofferenza? 
«In punta di piedi, bussando a capanne che non hanno porte, avvicinandosi con rispetto. Mi sono posto spesso il problema dell’etica della fotografia della sofferenza. Spero che le mie foto non siano mai urlate e porgano una vicinanza emotiva. Mi sento un privilegiato ad essere testimone anche di rinascite. Ho visto la Somalia quando nel 2012 c’era la guerra nelle città, nelle piazze e nei mercati. Nel 2017, poi, ho assistito con commozione alla prima partita in notturna. Un evento di eccezionale valenza simbolica». 
C’è emozione anche nel tornare a Parma? 
«Gli anni in Gazzetta sono stati i più belli. Qui mi sono avvicinato alla fotogiornalismo negli anni ‘90, già epoca di crisi umanitarie. Capii che il cuore della fotografia era lì. Attingevo al quel tipo di impegno civile e morale di fotografi come Salgado: dovevo andare a vedere cosa stava succedendo».