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intervista

Vittorio Gallese, «Dovrà fare i conti con costi e sicurezza: ma lo spettacolo inventerà nuove forme»

di FILIBERTO MOLOSSI -

12 maggio 2020, 16:24

Vittorio Gallese, «Dovrà fare i conti con costi e sicurezza: ma lo spettacolo inventerà nuove forme»

«Lasciamo passare la nottata, come diceva Eduardo, cercando di trovare forme di spettacolo che siano economicamente sostenibili e che non mettano a rischio la salute del pubblico. La quadratura del cerchio è qui: non vedo ad oggi altre soluzioni. Nel frattempo dobbiamo cercare di non perdere il profumo dell'opera, della musica,  del cinema in attesa di potere riviverne l'esperienza totale: finché questo non sarà possibile ci dovremo accontentare». C'è il geniale e stimatissimo neuroscienziato, il melomane orgoglioso  membro del Club dei 27 (dove da 25 anni «interpreta» «I lombardi alla prima crociata»), il raffinato esperto di musica classica, l'appassionato cinefilo: tante persone che sono poi la stessa. Un intellettuale a tutto tondo, Vittorio Gallese: che abbiamo chiamato a interrogarsi sul mondo che verrà. Tra palco e realtà.

A che punto siamo della notte?
«Stiamo procedendo per tentativi ed errori: allo stato delle cose non è chiaro nemmeno cosa succederà tra un mese. Ma è bene comprendere che la scienza non è una dispensatrice di verità assolute: chi lo pensa ha poca familiarità con la scienza stessa. Che invece cerca di ricreare modelli che vengono messi alla prova dei fatti. E solo i fatti possono dire quanto il tuo modello era corretto o meno e quanto va aggiustato cammin facendo. Occorre senz'altro allentare la stretta perché è impensabile tenere 60 milioni di persone in casa fino all'arrivo di un vaccino che nemmeno sai se e quando arriverà e che efficacia avrà: ma tutto questo va fatto lentamente, per gradi.  E secondo me il Paese in questo senso ha dato  una grandissima prova di maturità: in queste situazioni salta fuori l'armatura di noi italiani che fondamentalmente è solida. Abbiamo persino imparato a fare la coda...»

Come vedi il futuro dello spettacolo dal vivo?
«È complicato.  Se devi assistere a uno spettacolo  con la paura che uno vicino a te starnutisca allora è meglio se stai a  casa. D'altro canto vedere uno spettacolo seduti sul divano  non è la stessa cosa che vederlo dal vivo, mancano troppe cose. Il primo maggio ho visto in streaming  il concerto dei Berliner: era il concerto che avrebbero dovuto fare a Tel Aviv. Da 100-120 erano ridotti a una ventina di strumentisti, molto distanziati, in un auditorium vuoto: guarda, un'angoscia... D'altra parte in questo momento un'orchestra non può suonare in vicinanza. Come fai con la lirica?  La massa corale dove la metti? I cantanti recitano, interagiscono tra loro continuamente: a meno che non sia una regia di Bob Wilson, dove sono trasformati in marionette, nel 99% degli altri casi dovresti stravolgere tutti gli spettacoli. Con l'aggravante che l'opera ha costi elevatissimi: con un teatro pieno paghi un quarto dell'allestimento, se devi pure ridurre il pubblico fai fatica a stare in piedi... Io non dico che non si possa fare ma di certo pone problemi enormi. Bisogna capire se ne vale la pena: o se perdi più soldi ad aprire che a tenere chiuso. Non se ne esce.

Servono soluzioni alternative...
«Serve organizzare un tipo di spettacoli pienamente compatibili con le norme di sicurezza  sanitaria, che sono un must assoluto, ineludibile, ma che contemporaneamente possano avere un pubblico. Davide Livermore, il direttore del Teatro di Genova, ad esempio sta pensando  di allestire  uno spettacolo come Elena di Euripide su una chiatta nel porto vecchio. Ma anche di organizzare spettacoli lirici particolari con un cast ridottissimo, girando con un camion per la città e portando  l'opera direttamente nei quartieri. Ovviamente non fai il "Nabucco",  ma "Bastiano  e Bastiana" che Mozart ha composto a 12 anni . Dobbiamo inventarci qualcosa di nuovo che sia gestibile economicamente, compatibile con la sanità, ma che contemporaneamente ci tenga su di morale, perché noi abbiamo un bisogno fisiologico di queste cose, non possiamo rinunciarvi. Nemmeno la realtà virtuale, con gli ologrammi, può restituire lo spettacolo dal vivo. Così come quei cantanti che vengono a Parma conoscono  l'odore del palco del Regio anche per il pubblico una partecipazione dal vivo è un'emozione insostituibile».

Dobbiamo imparare a convivere col fatto che il comparto dello spettacolo stia vivendo una situazione assolutamente eccezionale?
«Sostakovic compose una sinfonia  durante l'assedio di Leningrado, i Berliner continuavano a suonare mentre i russi entravano in città...: una chiusura completa dei teatri e dei cinema  non si era mai vista, nemmeno durante la seconda guerra mondiale. È una situazione mai sperimentata prima e questo rende particolarmente drammatico il contesto.  D'altra parte chiudere completamente tutto non è raccomandabile; bisogna tenere vivo questo cordone ombelicale che lega i cinema e i teatri con il pubblico: non si può interrompere questa consuetudine». 

Credi che le sale cinematografiche dopo questa lunga chiusura forzata sopravviveranno  all'on demand?
«Sì, credo proprio di sì. Così come è sopravvissuto allla televisione, alle videocassette,ai dvd... Me lo dimostra mio figlio, che va per i 13 anni: va al cinema uno o due volte alla settimana,  con me, con gli amici, da solo. Per lui guardare un film in sala  è qualcosa di  insostituibile nonostante sia uno nativo digitale e conosca e usi tutti i social possibili. E' stato contagiato dal virus della sala cinematografica e non è disposto a rinunciarvi. Sono relativamente  ottimista: quando la tensione del contagio si abbasserà, la gente tornerà in  sala, continuando a vedere film anche on demand».

Come ha cambiato questa quarantena la nostra percezione della realtà?
«Diciamo che uno dei pochissimi lati positivi di questo capovolgimento di prospettiva prodotto dal lockdown e dalla pandemia è l'avere rivisto il nostro rapporto con gli audiovisivi e con il mondo digitale. Fino ai primi di febbraio l'idea era di chiedersi che impatto hanno  queste tecnologie sul nostro senso di realtà: oggi il paradosso è che qualcosa che non si vede come il virus ti fa percepire la realtà in un modo completamente diverso e d'altra parte ti mostra quanto artificiale sia la mediazione di queste tecnologie. Ogni giorno ci rendiamo conto di cosa c'è fuori dallo schermo del  computer o di un cellulare: e ogni giorno quel qualcosa ci manca di più. Ma allo stesso tempo senza queste tecnologie, senza skype, i pc e gli smartphone  saremmo completamente persi nelle nostre paure e nelle nostre angosce. Ci permettono  una condivisione parziale, surrogata, ma indispensabile: quindi questo  mi fa pensare quanto siano più miserevoli le condizioni di vita delle persone che non hanno questa opportunità, che non hanno i mezzi per disporre, economicamente o culturalmente,  di queste tecnologie, che non hanno un computer o non possono permettersi il  wifi. Siamo tutti accomunati dal fatto che stiamo in casa, ma ognuno di noi questa situazione la vive in modo diverso».

     Neuroscience & Humanities LAB     

Tra le mille attività di cui si occupa Vittorio Gallese c'è anche una nuova, eccitante, avventura: la pagina Facebook, creata da nemmeno un mese, in piena quarantena, di «Neuroscience & Humanities LAB» che il neuroscienziato cura con i suoi studenti. Un nuovo strumento per promuovere il dialogo tra neuroscienze e scienze umane che tocca da vicino tutte le arti: dal cinema alla letteratura, dalla musica al teatro. Un grande esempio di vitalità (non solo) culturale in questi giorni difficili.