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regista scomparso

L'intervista inedita a Dall'Aglio: «Nei giorni delle utopie ci sembrava di stare su una scala mobile»

di Claudia Olimpia Rossi -

18 dicembre 2020, 11:15

L'intervista inedita a Dall'Aglio: «Nei giorni delle utopie ci sembrava di stare su una scala mobile»

La voce di Gigi Dall’Aglio resta e ancora insegna. Riascoltarla in un’intervista registrata lo scorso marzo, quando andò in onda su Rai5 «Principi e Prigionieri» (di Lucrezia Le Moli Munck e Amedeo Guarnieri), il film documentario che racconta «L’avventura di una compagnia di attori che divenne Teatro», va oltre: commuove. A pochi giorni dalla scomparsa del gigante del palcoscenico italiano, drammaturgo, regista e attore la cui opera prosegue anche con Fondazione Teatro Due, risuonano potenti e preziose le sue parole inedite.
 Gigi Dall’Aglio, come «Principi e Prigionieri» narra, la vostra storia iniziò nella stagione delle grandi utopie. La Rai la celebra trasmettendola. Un omaggio speciale, in questo momento di grande dolore per la prematura scomparsa di Amedeo Guarnieri.
«Una perdita terribile. Siamo distrutti. Sono felice di questa celebrazione proprio per Lucrezia e Amedeo, che l’hanno pensata e fatta loro insieme. Elaborando i materiali che avevano, hanno saputo fare un lavoro affettivo e colto».
La ricerca è partita anche dal suo solaio, recuperando i documenti che aveva conservato.
«Nella vecchia compagnia io ero un po’ maniaco, giravo sempre con la cinepresa in mano. Per fortuna hanno espunto tutti quei frammenti in cui la gente mi mandava al diavolo: ero un po’ ossessivo».
In quel momento lei percepiva il fatto di riprendere qualcosa di epico, che sarebbe rimasto nella storia non solo vostra?
«Percepivo il fatto che valesse la pena di ricordarsi di quei momenti, perché tutti quanti sentivamo che stavamo andando con un piede sopra una scala mobile che ci portava. Avevamo una sensazione buona della nostra vita, delle nostre scelte, del nostro pensiero. Io riprendevo quasi come diario giornaliero dei fatti, delle cose. Eravamo sempre in giro, in viaggio, in teatro, fuori dai teatri, a provare, a recitare. Quindi era un momento molto attivo. Avevamo avuto altri momenti attivi ma non c’erano ancora le cineprese in azione. Appena si è potuto, ho cominciato a fare questo lavoro, ma così… anche con la sensazione che valeva la pena fissare un momento molto aperto, molto attivo, molto felice in fondo».
Quindi si avvertiva una forza propulsiva positiva, che forse è quella che manca oggi. Come ci può aiutare il teatro e quale chiave di lettura ci può dare in questo tempo sospeso?
«Il teatro ha un problema e io spero che questo problema funzioni come nostalgia propulsiva. Il teatro è una delle pochissime attività che per sua definizione non può essere fatto senza gente. Anche nel momento di preparazione: consultazione di gente, prove in mezzo alla gente. Non è che uno faccia solo dei monologhi. Ma poi anche chi fa i monologhi deve parlare con lo scrittore, con il costumista, si fa aiutare a fare la regia. Il teatro è un’attività che richiede gente. Poi per poter passare dal lavoro pensato, anche vocalmente, fisicamente, al teatro vero e proprio, occorre gente. Adesso io credo che creeremo un luogo dove rivedere delle cose che noi abbiamo fatto in teatro e che sono state riprese in maniera almeno decorosa per essere viste in televisione. Faremo non solo teatro ma anche conferenze fatte e riprese, lezioni. Tutta “roba” che però non va a sostituirsi al teatro. C’è bisogno che la gente dopo un po’ di tempo dica “ho bisogno del teatro” e non che si sieda lì a vedere qualcosa fatto apposta per la televisione e dica “va beh, si può guardare anche lì”».
In realtà è sempre collettivo il teatro… E dico una parola chiave…
«Ma non è collettivo: è sociale».
Negli anni il vostro spirito collettivo è rimasto?
«Io dico una cosa: siamo partiti da un teatro universitario già molto importante in Europa in quel momento, eravamo tra i quattro o cinque più importanti, però siamo diventati una compagnia, abbiamo inventato, anche con altri, il decentramento, abbiamo costituito un teatro, siamo diventati una fondazione e siamo ancora noi. Saremo cambiati, ma siamo cambiati anche in tante altre cose. Io per esempio non ho più il passo di una volta… Ma tutto è una storia. Ora si allarga su altri. Spero che non sia il coronavirus a farci questo scherzo, ma prima o poi ce ne andremo, insomma, in qualche modo. Invece il teatro c’è».
Quindi voi avete seminato con la formazione dei giovani.
«Sì. E forse non basta ancora. C’è l’attenzione ai giovani, che ormai sono già dentro. Forse questa pausa di lavoro, perché tante volte non si prendono le decisioni insieme, sarà anche un tempo di riflessione in cui i giovani potranno entrare con più presenza».
Cosa resta ancora da realizzare e qual è il sogno nel cassetto?
«Non parlo di spettacoli, perché quelli non sono sogni nel cassetto. Avevamo due o tre cose già avviate. Quelle sono rimaste lì, non nel cassetto, sul tavolo. Altri sogni nel cassetto … beh… quelli… Purtroppo ho già destinato alcuni cassetti, fondi di scrivania… perché non ci sarà mai spazio per tutti i sogni che abbiamo noi elaborato in questi anni».
Però è molto bello questo, perché la voglia di teatro è ancora tanta. 
«Sì, ma noi vogliamo che ce l’abbia anche la gente la voglia di teatro, perché ha capito che è importante trovarsi insieme a tanti altri e ascoltare qualcuno che parla, ascoltare qualcuno che propone parole già dette su cui non si è mai riflettuto abbastanza».