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LA GAZZA LADRA

Robi Bonardi, il mio pigmalione alla radio

E quella volta con  Gino Paoli e Patty Pravo

di Mauro Coruzzi -

21 marzo 2021, 10:11

Robi Bonardi, il mio pigmalione alla radio

Quando si pensa siano finite le pene è proprio quello il momento in cui ci arriva addosso un’altra scarica di difficoltà da affrontare, senza possibilità di evitare l’ennesimo dolore. Non c’è verso di abituarsi al succedersi degli eventi, e se qualcuno che hai conosciuto, frequentato, ci hai anche lavorato, se ne va e sai che non lo vedrai più, che è come sparito dal tuo orizzonte, fai poi una dannata fatica per tentare di rimettere insieme i pezzi del suo mosaico, anche per via che con la sua sparizione, se ne va anche un pezzo di te, più brandelli tenuti insieme dai ricordi non ci danno nulla di più di una foto sbiadita. 


Robi Bonardi, già nel nome e nella pronuncia del medesimo, un suono armonico che conforta, ma che da poche ore è anche origine di malinconie evocative, quelle che ti costringono a fare i conti, beninteso abbia un senso, con chi sei ora. Poco più grande di me, più fragile e meno egoista di quanto non sia io, Robi è stato il mio primo papà di lavoro, la prima «sfiorata» di pelle quando, già monello molto più di quanto sia ora, scorrazzavo, adolescente, nelle discoteche, anche la domenica pomeriggio, e lui, sacerdote da cerimonia molto pagana, celebrava il lungo rito del ballo; fosse stata tutta lì, dici, va beh…, tanto poi la mattina dopo vai a scuola, e tutto ricomincia, anche se, settimana dopo settimana, ti affezioni sempre più a quello spilungone secco che «fa i quiz» dalla consolle del locale e tu, dannatamente competitivo e pronto a collezionare qualsiasi premio si potesse portare a casa, ti stavi facendo man mano una collezione mica male di vinili e rarità. 


Robi diventa il mio pigmalione alla Radio, mi provina per capire quanto e cosa fossi capace di fare, mi mette dietro due giradischi che nella precedente vita non avevo mai usato se non uno alla volta e a casa, dentro quella specie di cassapanca che chiamavamo fonovaligia. Ci siamo lasciati spesso e spesso ci siamo inaspettatamente rivisti, come accadde, sul finire dello scorso millennio, mentre era in corso un cambio ai vertici di Confindustria  a Rimini e come accade da protocollo, seguiva festa con intrattenimento.

A Robi il compito di occuparsi della direzione del palco, entrate e uscite, per me il ruolo d’autore della serata stessa, nella quale si sarebbero poi esibiti due artisti, Gino Paoli e Patty Pravo. Perché farla semplice non mi è mai piaciuto, me la complico, pensando che il cambio di palco tra Paoli e la Pravo andava fatto con entrambi sul palco, propongo prima a Robi l’idea di farli duettare ne «La Gatta», con Patty che sarebbe entrata dalle quinte nel momento in cui il testo girava  verso “…Ora non abito più là, tutto è cambiato, non abito più là”. Studiata la logistica, i movimenti, andiamo a chiedere ai due artisti: ci guardarono non proprio entusiasti, semmai incuriositi, ma dall’incertezza all' “ok, proviamola!” passarono solo pochi minuti: Gino intona le prime strofe, Nicoletta, col suo cono di luce, entra nel bel mezzo, con un pubblico spiazzato, rapito, da quell’apparizione. E noi due, uno da una parte e l’altro da quella opposta del palco, ci mandiamo un ok con pollice e indice, contenti di aver fatto quel qualcosa in più che fa la differenza.  Poi tutto passa, ci sono strade che non batti più e ti dimentichi se non di tutto quasi, fino a quando quella persona lì sai che non la vedrai più e che d’ora in poi potrai solo ricordarla, e farlo tutte le volte che ti sarà necessario…
Anche se non la è… Buona Domenica.