Sei in Spettacoli

L'ADDIO A FRANCO BATTIATO

L'integrità oltre ogni genere

di Aldo Tagliaferro -

19 maggio 2021, 08:58

L'integrità oltre ogni genere

Ogni volta che cade un petalo da quello straordinario  bouquet che fra gli anni ‘60 e ‘70 si mise a colorare il mondo della musica, perdiamo un pezzo della nostra storia. La generazione di musicisti nata a cavallo del conflitto mondiale, se non sotto il sibilo le bombe, ha inciso la società più a fondo dei solchi dei vinili. Perché ha prima scardinato le coordinate di spazio e tempo e poi ci ha spinto ad allargare i nostri confini culturali prima ancora che musicali, anticipando e incarnando sogni e ansie buoni anche per le generazioni a seguire.

Non vale solo per le star planetarie inglesi e americane: Franco Battiato, 76 anni di profondissima Sicilia, è un fiore sgargiante di quel bouquet. Distaccato e appassionato al tempo stesso, un artista sospeso tra i mistici indiani e l’ironia (molta più di quanto si pensi), capace di passare dalle danze sufi al ritmo ammiccante della disco o all'inciampo dei 7/8 con la nonchalance di Frank Zappa.
Lo piangono tutti, ed è cosa rara. Lo piange il grande pubblico che imparò a conoscerlo dopo la svolta che i “puristi” definirono - non a torto - commerciale. 
Nel 1979 iniziava “l’era del cinghiale bianco” quella che faceva rima con  successo, figlia di un utilizzo tanto intelligente  quanto ruffiano dei testi e di una verve compositiva felice e “facile”. Bocciato? Tutt'altro: solo i grandissimi sanno cambiare registro. Non solo: toccare le corde di tutti è arte difficilissima, soprattutto se contemporaneamente si è capaci di battere percorsi inesplorati.

Ecco: oggi che di colpo ci manca  Battiato sotto i piedi, mi piace però ricordare il lato oscuro del musicista, quando negli anni ‘70 si spendeva in ambiti colti,  dall’elettronica a Stockhausen. Ambiti, si sarebbe  detto allora, “impegnati”, ma Franco Battiato non era catalogabile perché è  sempre stato fedele solo alla sua musica e alla sua ricerca. Che fosse sacra o profana, sofisticata, surreale o da classifica poco importa. Una lezione di integrità con pochi uguali.

Mi piace ricordare Fetus, Pollution e Sulle corde di Aries: tre dischi straordinari (siamo nel 1972-73) che anticipavano ricerche e tendenze di un decennio, scomodando in tempi non sospetti il tema dell’inquinamento, giocando abilmente con le parole (su “Areknames” e “Sisohpromatem” si è discusso a lungo, e non basta leggerle al contrario per definirne la semantica irriverente e complessa e coglierne i rimandi). Mi piace ricordare una domenica di maggio 2004 quando al Teatro Magnani di Fidenza Gianni Mocchetti, lo storico bassista di Franco Battiato che ci ha lasciati troppo presto, ripropose dal vivo il suo repertorio dei primi anni ‘70 in un concerto che poi è diventato anche un cd (“Beta”). Confesso: c’ero anch’io su quel palco, e oggi come nel 2004 o fra trent’anni “La convenzione”, “Il silenzio del rumore” o “Pollution” continuano a emozionarci, a intrigarci, a farci pensare. Grazie Franco.