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La legge della culada

La legge della culada

03 Ottobre 2021,10:28

di Andrea  Maietti 

Ho nel mio record di quasi adolescente
l’obbligatoria scalata della  Culada
(Gianni Brera)

Alle spalle il campanile di Borghetto, superata la deviazione per Graffignana, la strada si avvallona dolcissima, tra campi di una levità fiabesca, e punta al soffice profilo dei collicelli di San Colombano. Capisco perché se ne sia incantato Francesco Petrarca: E’ questo un vago fertilissimo colle…A piè del colle scorre il Lambro, limpidissimo fiume…A Ponente si stende lo sguardo a larga spaziosa veduta, e regnavi gradita solitudine e amico silenzio…. E capisco perché se ne sia ispirato un altro poeta, Vincensin Fiorani, in versi da far invidia a ser Francesco (del resto, rispetto al Petrarca che vi soggiornò occasionalmente, lui, Vincensin, a San Colombano c’è nato): Ciél celèst, nigui bianc, vent che ‘l pitüra/ un mars luntan che ‘l par un sogn…. Il sospetto che proprio al Lambro e non al Sorga abbia pensato il Petrarca per le chiare fresche et dolci acque che adescarono le belle membra di Laura. Fino a quando attraversi il ponticello del Lambro d’oggidì e guardi di sotto. Ma tutto questo effetto-San Colombano è venuto dopo. 

Da ragazzo San Colombano si identificava per me col mito della Culada, la scalata che segnava la nobiltà atletica degli appassionati della bicicletta. Un mito che si dilatava oltre i confini di Lodi e di Milano (gente orgogliosa i banini: quando si è trattato di scegliere, hanno preferito avere rapporti di dipendenza con la grande Milano, piuttosto che con la piccola Lodi). «Ho nel mio record di quasi adolescente l’obbligatoria scalata della Culada», scrive Gianni Brera. Il Gioânn non dice se abbia compiuto l’impresa con una bici dotata di cambio. La mia, una Locatelli appena regalatami da mio padre per il buon esito scolastico, era riverniciata di fresco, ma aveva il passo fisso, da viaggio come si diceva. Erano ancora i tempi del campionissimo, struggente le sue favole estreme. L’erta mi si spalancò bianca e terribile sotto il cielo lattiginoso di luglio Una sorta di Ventoux bassaiolo tra il gran silenzio dei vigneti. Ingoiai la prima umiliazione di dovermi subito alzare sui pedali. 

La bicicletta arrancava a zig zag, sfrigolando sul terriccio in lamenti penosi. Centro metri bruciarono tutto il mio orgoglio. L’ultima pedalata sconnessa tolse presa alla ruota posteriore. La bicicletta mi scivolò di sotto. Franai a terra, mentre la bicicletta si scorticava giù per il pendio, abbottandosi contro il muretto di cinta d’un vigneto. Soltanto il cielo lattiginoso e muto di luglio sul magone della mia vergognosa sconfitta. E un contadino, che stava passando con la carriola. Si assicurò che fossi tutto intero e riprese la sua strada, commentando: «Gh’è ben di ciula al mund!». L’umiliazione spense per sempre il mio sogno di emulare il campionissimo, non la mia devozione al suo mito. 
« Forse uno solo al mondo era forte come Fausto…», diceva mio padre. E mi contava del suo compaesano Rusetu, che troppo presto smise di correre. Capitò che una volta, in una gara open intorno a San Colombano, il giovane Rusetu tenesse la ruota di Guerra, la locomotiva umana. Guardava il campione appoggiare appena i piedi sui pedali, le gambe trofiche stantuffare così armoniose da parere quelle di un dio. Le confrontò con le sue, secche e nodose, e quasi gli prese la voglia di buttarsi nelle ancora limpide e fresche tentazioni del Lambro. « Lui è un purosangue – pensò – io il cavallo di Bigiu el menalat». Ma tenne lo stesso la ruota di Guerra fino alla Culada. Appena la strada impennò sotto il suo rabberciato catorcio, Rusetu affiancò il campione, che si era alzato di sella e pareva d’improvviso un po’ meno dio. Lì se ne andava puntualmente Rusetu, nelle corse di sagra, quelle per cui era ormai diventato famoso in tutta la Bassa. E mai nessuno gli aveva tenuto la ruota, fino ad allora. Ma adesso al suo fianco 
c’era Learco Guerra, la locomotiva umana, il campione che aveva fatto sentire vecchio il grande Binda. Rusetu non lo guardò, mentre scartava via sullo sterrato. Il suo tubolare posteriore sollevò una nuvoletta di polvere e sassolini che investirono gli occhialoni da moto del campione: «Ma dove vuoi andare, ludesan del lèla?», sibilò la locomotiva umana. Rusetu era troppo gasato per sentirlo. Arrivò in cima che le sue gambe secche e nodose avrebbero potuto scavezzarsi come forcelle da bucato. Andò giù a ruota libera, felice come l’allodola che stava librandosi verso l’ultimo sole. E neppure stavolta sentì la locomotiva umana, che sorpassandolo a velocità doppia gli ringhiò: «Dove volevi andare, ludesan del lèla?».

Il padre di Rusetu aveva una macelleria. Il figlio corridore era un lazzarone scansafatiche che toglieva braccia all’azienda di famiglia. Non riuscì neppure a piangere Rusetu, quando suo padre gli sventrò il telaio della bicicletta con una martella da fabbro. Il ragazzo promise che avrebbe corso soltanto nelle sagre paesane dove poteva vincere tranquillamente anche senza allenarsi, portando a casa il premio di polli e conigli. Smise del tutto a San Martino in Strada, poco più che ventenne. C’era in gara un corridore di nome, fresco reduce dal Giro d’Italia. 

Motivo sufficiente a stuzzicare l’ultimo guizzo di orgoglio di Rusetu el macelarin.

Il reduce dal Giro scattò a pochi chilometri dalla Culada, proprio quando Rusetu aveva dovuto fermarsi per una foratura. Appena riparata la gomma, cioè dopo una manciata di minuti, il macelarin scattò all’inseguimento rimontando tutti, eccetto il reduce, ormai troppo lontano. Uno sparuto gruppetto di succhiaruote gli era rimasto appiccicato dietro. Nella discesa della Culada un maledetto camioncino risaliva, senza dar retta ai radi spettatori che ai margini gli urlavano: «Fèrmet, per l’amur, che riva i curiduri!». Rusetu lo scansò per puro miracolo. Un poveraccio alle sue spalle non riuscì a evitare lo schianto. La corsa non venne interrotta. Rusetu proseguì di pura inerzia vincendo la volata per il secondo posto soltanto per dispetto dei succhiaruote che non avevano tirato un metro. «E quel là?», s’informò, appena slacciati i cinturini dai fermapiedi. Un addetto piegò la sua bandierina rossa all’ingiù, trinciando poi l’aria con un segno di croce.

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