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Il racconto della domenica

La lepre e la luna

La lepre e la luna

di Andrea Maietti

15 Dicembre 2021,07:23

Zio Pepu. Mi manca il camino dei suoi ultimi anni e le sue storie, che erano sempre le stesse, ma che mi incantavano sempre, perché erano le storie della sua vita. E c’era la sua storia di Natale: 

«Era finita la guerra, quella maledetta guerra. Io ero scampato alla Russia, perché l’ufficiale addetto aveva tirato una riga sul mio nome tra la lista dei partenti. Aveva uno stuolo di figli e più fame di me, che sapevo come fargli avere ogni tanto un sacchetto di riso, una barra di burro, persino lepri o fagiani. Cosa ho provato quando ho visto gli altri partire? Che era il destino. Neanche per un attimo ho pensato di aver fatto una vigliaccata. No, mi sono sentito come quando, traversando l’Adda con gli amici più bulli, si rischiava di brutto. Ognuno pensava per sé, a secondare la corrente per non perdere le forze, ad aspettare il momento buono per guadagnare metri verso la riva. Solo quando eri in salvo e avevi vomitato l’acqua, ti giravi verso il fiume per vedere cosa era capitato agli altri. 

Con la guerra è anche peggio. A un certo punto non sei più uomo. E’ l’animale che hai dentro a scegliere. E sceglie sempre di vivere, per sé e per i suoi cuccioli. Ma torniamo a quell’inverno del ’46. Era finita la guerra, ma non era finita la fame. Il cappone di Natale era durato una settimana a furia. La mensa del primo giorno dell’anno si annunciava malinconica come la sempiterna polenta e la fetta di cacio ammuffito e brulicante di vermiciattoli. La poesia della polenta l’avete inventata voi, generazione che non ha vissuto la guerra e non sa che artigli ha la fame. Da giorni avevo notato presso la marcita di una riserva di caccia, le orme di una lepre sulla neve fresca: una gattona di quattro chili almeno. La sera dell’antivigilia dell’ultimo presi la doppietta e uscii. Sì, ero bracconiere. 

Quando si è poveri si impara presto. Anche se tuo padre ti guarda male: lui si spacca le mani e la schiena sui suoi quattro campi e pensa che è meglio vivere onesti del poco che ti dà una branca di terra, piuttosto che arricchire la tavola con la caccia di frodo, maledetta da Dio. Io non so perché Dio debba stare dalla parte dei ricchi. Ho sempre pensato che fosse un’invenzione dei preti, fin da quando ero ragazzino ed ero a servizio nella casa del fittavolo. 

Un giorno che in cucina l’aria era netta, con la schiumarola feci aggallare dalla pentola un’ala di pollo. Stavo per pucciarla nel sale quando mi sorprese mia sorella Maria, che del fittavolo era la cameriera più fidata. Mi pestò sulla mano bastone della polenta. Ributtò l’ala del pollo nel pentolone e scoppiò a piangere per la vergogna. Io scappai fuori a piangere di rabbia. Quella sera di inverno mio padre non parlava, continuava a rugare la cenere con le molle sotto il paiolo della polenta. Mia madre mi implorò giungendo le mani: «Ma dove vai? Mi farai morire!» Poi andò a sedersi sul parapetto del camino, cercando il rosario nel tascone del grembiule nero. Uscii, più nero del buio che era ormai sceso. 

Aveva smesso di nevicare. Tirava un’aria da incartare le orecchie. Non un’anima in giro. Perfino i cani avevano perso la voglia di abbaiare con quel freddo. Passai, piegandomi sulle ginocchia, sotto le finestre illuminate della cucina del fittavolo. Ne usciva un profumo di buono così forte da non lasciarmi dubbi, se mai ne avevo avuto mezzo: stavo andando a fare un’azione giusta. Il vento aveva spazzato il cielo e la prima falce di luna illuminava a giorno il sentiero dove avevo visto le orme della lepre. Più di un’ora dovetti aspettare, appollaiato su un gelso ( far la luna si chiama quel tipo di caccia; anzi si chiamava perché adesso nessuno la fa più ). Eccola, finalmente, la gattona. Quatta quatta esce dallo sporco e si ferma a una ventina di metri sotto di me. Si drizza sulle zampe posteriori, le orecchie puntate alla luna. Buon Dio, sembra che stia pregando. Un colpo solo. Era la regola: costavano care le cartucce. Scuoiai la lepre a lume di candela. 

Mia madre la cucinò tutta tremante nel cuore della notte. La mattina andò alla messa prima a confessarsi. «Cara la mia donna – la rimproverò il prete – avete dimenticato il proverbio, eh?: Quand el corp l’è sudisfat, tira föra el tò pecat!». “«Ma la lepre non l’abbiamo ancora mangiata», pianse mia madre. Il prete si addolcì: «Benedetta donna, perché non dirmelo subito? Non volevo contristarvi. Il Padreterno capisce i poveri e li perdona. E poi, sapete, c’è un altro proverbio che dice: Quand la pansa la reclama, perd la testa anca una mama. I proverbi sono la saggezza dei nostri vecchi. Ego te absolvo…». Il prete baciò la stola e uscì dal confessionale. Prese mia madre per una braccio: «Per rendervi ancor più tranquilla oggi , verso mezzogiorno, verrò a farvi una visitina, se non disturbo. Devo pur fare qualche raccomandazione a quel balosso di vostro figlio ».

A questo punto Zio Pepu guardava fuori dalla finestra, come se la storia non fosse finita. «C’era qualche prete che non stava dalla parte del padrone – diceva poi -: come don Luigino, il coadiutore, magro come un picchio. Quando arrivò il prevosto per la visitina, mia madre, dopo un “volete star servito” prontamente accolto, cercò invano nella padella i bocconi migliori della lepre. Li avevo messi da parte io per don Luigino».

Adesso la storia era finita davvero. Una volta chiesi a Zio Pepu se lui ci credeva al Padreterno, all’altra vita. Lui si aggiustò il tabacco nella pipa, ravvivando la fiamma del camino: «Cosa vuoi che ti dica? Ricordo solo lepri che si drizzavano in preghiera alla luna. E io, nascosto sul gelso, sparavo»

© Riproduzione riservata

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