L'attrice a Parma: «Da piccola recitavo contro la solitudine»
C'è Lucia Lavia nel cast - diciotto tra attori e attrici - che tra costumi d'epoca e affilati duelli alle armi, dà vita alle avventure de «L'avventuriero», opera della scrittrice inglese Aphra Behn (1640-1689), con le regia di Giacomo Giuntini, in prima nazionale a Teatro Due dal 12 al 30 marzo.
Lucia Lavia ha 33 anni: secondogenita di Monica Guerritore e Gabriele Lavia, era una bambinetta di 5-6 anni quando i genitori portarono a Teatro Due, il “cult” «Scene da un matrimonio» di Ingmar Bergman. Adesso sul medesimo palcoscenico c'è lei, «molto felice perché per me lavorare a Parma era un desiderio forte».
Come è arrivata qui?
«Destino. Premetto che io e la direttrice Paola Donati ci eravamo incontrate anni fa, a una premiazione, e dalle poche parole scambiate, avevo percepito che ci sarebbe stato un seguito. Ma dico che è stato un caso fortunato perché, in questo periodo, avrei dovuto essere in un altro spettacolo, già organizzato. L'estate scorsa è saltato, con le date fissate - il teatro si organizza un anno per l'altro - e io ero arrabbiatissima. Poi quando mi ha contattata Paola Donati con Giacomo Giuntini e ho visto il progetto, ho pensato che quella disdetta si è rivelata una fortuna. Mi hanno mandato il copione non ancora ufficiale - era una vecchia traduzione - e sono rimasta entusiasta».
Il testo non è molto conosciuto: di cosa si tratta?
«È uno spettacolo estremamente ricco, pieno di intrighi amorosi. Siamo alla metà del XVII secolo. Quattro avventurieri inglesi, quattro cavalieri, si trovano in esilio in Italia e decidono di perdersi nelle bellezze, nelle seduzioni delle donne italiane, considerate esotiche: decidono di darsi alla pazza gioia durante il periodo del Carnevale di Napoli. D'altro canto, abbiamo una famiglia di nobili spagnoli con due sorelle e un fratello; le due sorelle hanno aspirazioni sentimentali, desiderio di scoprire il mondo. Soprattutto la ragazza che interpreto, Elena, terzogenita di questa famiglia ricca, sarebbe destinata al convento ma non ha alcuna intenzione di prendere i voti perché sogna di trovare l'amore e conoscere la sessualità. Ha il desiderio di scardinare le vecchie concezioni, i pensieri precostituiti dell'epoca. Insomma in questo Carnevale napoletano si incontrano due mondi e nascono burle, intrighi ma anche combattimenti».
Lo possiamo definire una commedia...?
«Una commedia d'amore, di intrigo e anche un po' di cappa e spada. Una bella commedia attraverso cui l'autrice, grandissima, in modo molto sottile denuncia le coercizioni, le violenze che subivano in quell'epoca le donne. Ci sono delle battute molto acute affidate al personaggio interpretato da Valentina Banci. Un testo di grande attualità, perché il nostro pensiero di occidentali ci fa considerare il tempo come progressivo lineare, invece è circolare, si va avanti ma si torna anche indietro...».
Un pensiero filosofico.
«Mi interessa molto la filosofia, ascolto tante lezioni e mi piace anche la psicoanalisi. Leggo Galimberti, Recalcati. Poi, certo, nelle mie letture ci sono i classici, avendo fatto il liceo classico. E in questo momento sto leggendo molti autori del Novecento».
Però non ha pensato di iscriversi a Filosofia. È andata dritta al teatro.
«Ho avuto proprio la “chiamata”. Siccome sono figlia d'arte, lo sanno tutti, pensano che questo desiderio sia nato dal fatto che in casa si parlasse di teatro o mi si portasse in teatro. No. Una bambina sta a casa, va a scuola. Proprio da questa grande solitudine che purtroppo c'era in casa, perché i miei genitori lavoravano insieme negli anni '90, quando le tournée erano più lunghe di adesso, è nato il mio desiderio. In questo spazio di grande solitudine, ho iniziato a creare. In camera mia, mi registravo, mi ascoltavo, facevo tutti i personaggi, mi “conciavo”. Poi è arrivato il momento in cui, entrata in teatro, ho avuto una precisa sensazione, che quello fosse il mio posto».
Terminato il liceo, stava per preparare l'esame d'ammissione all'accademia di recitazione, quando suo padre la scritturò: Angelica nel «Malato immaginario».
«Papà doveva fare dei provini per quel ruolo. Io lo avevo raggiunto in quei giorni perché volevo mi aiutasse a a montare dei pezzi che volevo portare in accademia, Nina nel “Gabbiano”. A un certo punto mi chiese se mi ricordavo le battute di Angelica. E io gliele recitai. Al che mi guardò e disse: "A questo punto potresti fare lo spettacolo con me, però è una decisione che bisogna prendere in modo serio, con un confronto in famiglia”».
Vantaggi e svantaggi?
«Mio padre è uno straordinario maestro, quindi iniziare a lavorare con lui, diretta otto al giorno, è stata una fonte di grande ricchezza. L'altro lato della medaglia è che avendo studiato sul campo, sempre con un fine, ovvero lo spettacolo, non ho avuto quel che ti dà l'Accademia dove non c'è un pubblico che ti guarda e hai la possibilità di osare, di conoscerti, di sperimentare».
Sua madre è reduce dalla serie Netflix «Inganno», successo formidabile anche per il tema trattato che ha squarciato un velo: il desiderio nelle donne over 50. Ne avete parlato?
«Abbiamo parlato del fatto che lei era molto contenta del riscontro. Per me se lo merita tutto perché è una delle attrici più brave che abbiamo in questo Paese - e non lo dico perché è mia madre - quindi sono molto felice per lei».
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