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C'ERA UNA VOLTA

Spaghetti western, Leone riscrive il mito della frontiera

E' il 1964:  «Per un pugno di dollari» cambia la storia del cinema. Clint Eastwood diventa un divo. 55 anni dopo, quei pistoleri e quei duelli sono leggenda 

di Filiberto Molossi -

12 giugno 2019, 18:30

Spaghetti western, Leone riscrive il mito della frontiera

Il ragazzotto si chiama Sergio Leone ed è figlio d'arte: suo padre era un regista del muto, sua madre un'attrice. E' cresciuto sui set e si fa notare presto: qualcuno si accorge che la corsa delle bighe (è roba sua, in qualità di regista della seconda unità) è la sequenza più bella di «Ben Hur». Fino allora non lo conosce quasi nessuno, però: ha un solo film all'attivo, «Il colosso di Rodi», un peplum che gli viene buono per affrontare le spese del matrimonio. Ma poi gli propongono un western: e a lui non sembra una cattiva idea.

 

Prende in prestito la trama da un film di Kurosawa («La sfida del samurai»), ci mette dentro un po' di tragedia greca, Shakespeare, persino la commedia dell'arte. E poi tempi lunghissimi, immagini dilatate: e primissimi piani, silenzi, battute laconiche. Che diventano presto massime: perché «quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto». Lui le chiama «favole per adulti», il resto del mondo «spaghetti western»: mentre le gonne si cominciano ad accorciare e prima che l'immaginazione vada al potere, «Per un pugno di dollari» cambia la storia del cinema. E' roba forte, si capisce subito: nella visione etica di Leone non c'è più spazio per il «buono». Il «buono» nei suoi film è solo quello che estrae la pistola per primo. Nasce un eroe con una dimensione mitica e insieme politica: il regista romano non gli dà nemmeno un nome (quasi fosse un omerico «nessuno»), ma gli butta un poncho addosso. Serve una maschera, una faccia: in una serie tv trova un tizio che viene via per poco. E' un salutista (ma lui lo costringerà a fumare in continuazione) e, secondo Leone, ha solo due espressioni: «Una col cappello e una senza». Si chiama Clint Eastwood e gli sarà (nonostante quel giudizio frettoloso) riconoscente per sempre: tanto da dedicargli l'ultimo grande western, «Gli spietati».

La violenza non più nascosta, retaggio della grande lezione neorealista (Leone sosteneva, non a torto, che nei film americani la gente «moriva male», in campo lungo, troppo distante dagli occhi dello spettatore...), la straordinaria e inconfondibile musica di Ennio Morricone (che il regista sparava a tutto volume durante le sequenze per fare entrare gli interpreti nel personaggio), l'ironia caustica: sono tante le ragioni del successo degli «spaghetti». Ma sulle prime non fu facile imporsi: per i ruoli che andarono a Eastwood e a Gian Maria Volontè (altro grandissimo che partì da qui...), qualcuno gli propose Vianello e Tognazzi, pensando a una parodia. Germani, invece, il più grande esercente fiorentino, sentenziò: «E' un capolavoro, ma non farà una lira». Si sbagliava: «Per un pugno di dollari» diventa subito un fenomeno, oltre che uno dei maggiori incassi di sempre. L'anti Ford (in realtà amava molti dei suoi film) che invitava Ramon a mirare al cuore e che si faceva ancora chiamare Bob Robertson (figlio di Roberto Roberti, lo pseudonimo del padre), ce l'aveva fatta: aveva dato il via a qualcosa di più grande di lui. Nei 5 anni successivi al suo primo western escono in Italia, sull'onda di un'emulazione senza freni, 480 film «spaghetti», molti pessimi e altrettanti mediocri. Ma lui non sbaglia un colpo: prima la trilogia del dollaro poi quella sull'America. La scintilla diventa fuoco, poi incendio: a 30 anni dalla morte (che se l'è portato via troppo presto, a soli 60 anni) e a 55 dal primo duello, il pistolero col poncho è ancora più che mai archetipo, simbolo. E leggenda.


L'epopea dei fagioli e dei cazzotti

 

Luca Pollini 

Con gli anni, e visto il successo ottenuto, le specialità italiane nei film western si raddoppiano. Così, dopo gli “spaghetti”, arrivano i “fagioli-western”, che si differenziano dai primi per la quantità si scazzottate, nel copione ben più numerose di sparatorie e duelli. Tra i padri di questo genere, un regista che proviene proprio dagli “spaghetti”: Giuseppe Colizzi, che verso la fine degli anni Sessanta dirige alcune pellicole cult come «I 4 dell’Ave Maria»; «Dio perdona… io no!»; «La collina degli stivali». Nel cast, tra tra i protagonisti, ci sono due attori italiani con nomi d’arte americanizzati: Bud Spencer e Terence Hill. Nel 1970 il regista Enzo Barboni, che firma i suoi lavori E. B. Clucher, decide ci provare a fare un film comico ambientato nel far west. E così chiama il duo Bud Spencer e Terence Hill per girare «Lo chiamavano Trinità», il primo di una serie che sbancherà i botteghini. I film su “Trinità” ha fatto diventare la coppia Spencer-Hill una delle più celebri e amate del cinema italiano, e ha aperto la strada al genere “fagioli western”. E con la stessa formula, scazzottate & risate, non poteva non cimentarsi anche il cow-boy “de’ noantri” Giuliano Gemma in «Anche gli angeli mangiano fagioli» e nel sequel «…tirano di destro»; e altri attori, famosi e non, in una marea di B-Movie. Il massimo splendore dei “fagioli-western” si è avuto nella prima metà degli anni Settanta poi, sul finire del decennio, è sparito dalle sale. Resta però uno dei generi più amati, se è vero che ancora oggi, a oltre quarant’anni dalla loro uscita, i film di Trinità quando passano in tv registrano uno share di tutto rispetto.