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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Il ragno e la lucertola sul muro assolato

di Cesare Pastarini -

21 luglio 2019, 12:31

Il ragno e la lucertola  sul muro assolato

Il primo tepore, dopo mesi di letargo, le fece schiudere gli occhi. Si sgranchì le zampe, stese la coda, inarcò un poco il tronco. Diede uno sguardo con la circospezione che le era istintiva. La sottile lama di luce non era sufficiente a illuminarle la tana. Si arrampicò un po’ a fatica, sentiva sul dorso il peso degli anni. Sporse la testa fuori dal minuscolo foro del terreno. L’unica altra forma di vita erano le cicale, ben nascoste. Si udiva il loro frinire. Fece quattro passi in quell’orto sconosciuto, arido e assolato. Zucchine marcite, pomodori appassiti sgocciolavano il loro succo come un pianto di lacrime rosse. Qualcuno aveva raccolto una carota e l’aveva gettata, il nero prevaleva sull’arancione.
Chi l’aveva portata in quel ricovero? Ricordava di essersi lasciata con amiche coetanee l’autunno precedente sotto a una siepe d’alloro che circondava un giardino curato e che già presagiva primule e rose per una primavera ancora lontana. Dopo tanto dormire, le venne un po’ fame. Alla sua età le bastava poco per sentirsi sazia. Alcun verme nei paraggi, alcun insetto. Non si perse d’animo e si mise immobile, sola, sul quel muretto, al caldo del primo mattino d’estate. “Qualcosa da mangiare passerà”.
In effetti qualcosa transitò. Era un cervo volante. Lei, però, coi pochi denti che le erano rimasti, non gradiva sgranocchiare. Non passò più nulla, tranne che il tempo. Il suo orgoglio di sauro prevalse sulla noia e sui crampi della fame e della sete. Assorbiva il sole, sembrava che i raggi fossero tutti per lei. Quand’ecco che vide un ragno calarle di fronte. Uno di quei minuscoli ragnetti che zampettano e tessono veloci. Il ragnò si fermò penzolante a dieci centimetri di distanza. Quel muretto piatto e assolato, il caldo cocente, la polvere del suolo. Le cicale smisero di frinire per assistere al duello.
Silenzio.
Furono attimi di tensione. La lucertola calcolò la tempistica e la traiettoria, all’improvviso fece un balzo a fauci spalancate. Dimenticando che la sua agilità non era quella di una volta. La pancia, sbattendo sul cemento, fece un tonfo, mentre il ragno risalì prima che la lingua del rettile riuscisse ad acchiapparlo. 
Le cicale ripresero a cantare per un niente di fatto. Il ragno sogghignò dondolando da lassù. La lucertola abbassò lo sguardo. Rimase ferma, triste, convinta di sopravvivere nonostante tutto e tutti l’avessero abbandonata. O forse era il destino delle lucertole anziane, pensò, come i pellerossa che vanno in cima al monte. Il mattino seguente era ancora su quel muretto. Le squame squarciate gridavano rabbia di solitudine. Morì così, a sangue freddo.