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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

La macchina da scrivere

di Lina Pancaldi Schianchi -

28 luglio 2019, 11:46

La macchina da scrivere

Angela aveva da poco finito la terza media. La promozione era stata festeggiata in casa con tanto orgoglio, ma ora il suo percorso scolastico finiva con quel diploma: proseguire gli studi per la famiglia era un problema economico, dopo la fine della guerra i soldi scarseggiavano. Il padre di Angela aveva un amico che si occupava di pratiche burocratiche: aiutava i contadini e gli operai a compilare i documenti. Aveva un piccolo ufficio in paese e, in poco tempo, tanti clienti. Disse al padre di Angela di mandargli la ragazzina per aiutarlo a sbrigare le pratiche più semplici e lei, intanto, avrebbe imparato a scrivere a macchina: la dattilografia era ormai indispensabile per la formazione di una brava impiegata. 
Il primo giorno Angela si limitò a rispondere al telefono, ma rimase colpita da quell'oggetto che stava su un tavolino rettangolare in un angolo dell'ufficio: era la macchina da scrivere. Non aveva avuto il permesso di accostarvisi. Ma il suo datore di lavoro, che si chiamava Valseno, la trattava benevolmente e un giorno la invitò a provare. Quella macchina era un cimelio appartenuto alla sua famiglia. La marca aveva un nome strano: Underwood. Angela si sedette su uno sgabello, emozionata, e cominciò a picchiettare: tutte le lettere dell'alfabeto, e poi il punto, la virgola, la maiuscola. Com'era complicato! Ma, si disse la ragazzina, ce la farò! Quel suono le sembrava musica. 
Una mattina che non era molto impegnata tentò l'impresa. Si accostò con circospezione alla macchina e, soltanto con due dita, iniziò il ticchettìo. Dapprima era lento, quasi timoroso. Poi sempre più veloce. Ma era un gioco, perché non aveva infilato il foglio. D'un tratto prese coraggio, mise la carta nel rullo e si lanciò. Imparò piano piano a conoscere la posizione delle lettere, tante sorelline che non stavano vicine, sembrava si divertissero a nascondersi per non farsi trovare. La A lontana dalla N, la G e la E erano a un palmo di mano, e la L pure. Voleva scrivere il suo nome, ma quanta fatica! Sul foglio, però, come un regalo inaspettato, apparve la sua prima scrittura e fu un momento davvero emozionante.
Giorno dopo giorno si divertiva a far saltare quei tasti che picchiettavano sul foglio. Fu così che imparò, a forza di tentativi. Il primo ticchettìo era sempre lento, una musica «in adagio», poi cresceva fino a diventare un «allegro andante». Dopo quasi un anno si sentiva ormai padrona dei tasti, anche se a volte doveva subirne le beffe, quando si accavallavano e saltava fuori una lettera sbagliata. Valseno, il datore di lavoro, era contento di questi progressi e la convinse a sostenere l'esame da dattilografa che superò brillantemente. 
Negli anni a venire, già adulta, quel diploma le servì per iniziare un lavoro che le regalò tanta soddisfazione: si specializzò nella copiatura delle tesi di laurea e così, dopo aver imparato a battere a macchina, si fece anche una buona cultura. Caro dolce ticchettìo!