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Fausto Coppi e la parmigiana che intuì la malattia del campionissimo

Il  ciclista morì nel gennaio '60 per una malaria contratta mentre  era ospite in Africa di Eva Zambonini e di suo marito 

di GIORGIO GANDOLFI -

21 gennaio 2020, 10:51

Fausto Coppi e la parmigiana che intuì la malattia del campionissimo

Sessant’anni fa, nel tradizionale gelido gennaio come quello che stiamo attraversando, moriva Fausto Coppi per una forma malarica mal diagnostica. 
 Aveva quarantun anni. Il popolare «Faustò», come lo chiamavano in Francia, ci scherzava sopra: ricordiamo una sua storica, vecchia intervista in Tv nella quale ammetteva che nei momenti di crisi «prendeva la bomba», come se fosse un chewing gum. Era l’introduzione alla sua morte con le classiche trasfusioni di sangue che sembravano normali ma che lo debilitavano incrinando anche il suo fisico di ferro. 
In Africa, nell’Alto Volta che oggi si chiama Burkina Faso, era stato allarmato da una signora originaria di Collecchio che vi risiedeva col marito, «prenda il chinino» gli aveva detto e Coppi, col suo sorriso triste, aveva replicato: «Ho fatto la guerra in Africa - diceva -  sono già stato vaccinato».  Il destino invece era in agguato. Nel servizio apparso sull’Europeo, arrembante settimanale allora in voga, il 34enne Antonio Mascolo, giovane e intraprendente parmigiano, aveva scoperto che una «parmigiana verace» (titolo dovuto ad altri trattandosi di una collecchiese) Eva Zambonini, già ballerina di Macario e Wanda Osiris, nonchè di Josephine Baker nei locali di Edith Piaf, era divenuta famosa come «la regina d’Africa», entrando nel Guinness dei primati, dopo avere ammazzato un leone lungo tre metri e mezzo e pesante 300 kg anche se qualcuno supponeva che fosse stato il marito Tony Bonazza. 
Nel suo «curriculum» l’aitante biondina risultava aver ballato anche davanti al Negus, Giscard D’Estaing e il Re del Belgio prima di cogliere al laccio matrimoniale l’imprenditore triestino che risiedeva nell’Alto Volta.
 Ebbene fu a casa di questi due personaggi, nella capitale dal nome chilometrico Ouagadougou che andarono a risiedere Fausto Coppi e altri ciclisti che parteciparono, complice un valido ingaggio, dapprima a una corsa a circuito nelle vie della capitale e poi ad una battuta di caccia nella quale Coppi, pur avendo il classico leone a distanza di fucile, si rifiutò di sparare. 
Preferiva scattare molte foto. Andando poi a visitare alcuni villaggi dove i nativi non avevano mai visto uomini bianchi a parte i coniugi Bonazza.
 Coppi era così entusiasta dell’esperienza vissuta che si disse disponibile alla commercializzazione in Africa della bicicletta che portava il suo nome. 
La Zambonini-Bonazza, raccontò poi a Mascolo che una sera a cena Coppi disse che nel ‘42, dopo il record dell’ora e la guerra in Africa, era stato fatto prigioniero due anni e non temeva la malaria al punto che chi lo ascoltava si raccomandò perchè prendesse ugualmente qualche pastiglia di chinino. 
Qualche giorno dopo  Eva , nome d'arte «Ketty» e il marito sentirono alla radio che Fausto s’era sentito male ed era stato ricoverato in ospedale. La stessa Bonazza telefonò in Italia segnalando che probabilmente si trattava di malaria ma, a quanto pare, non venne ascoltata tanto è vero che la malattia venne diagnosticata in ritardo.
 Il servizio sull’Europeo fu completato da alcune stupende foto di Franco Furoncoli, reperite dai parenti di Collecchio, mentre «Ketty» danza, «passeggia» con un elefante, circondata da africani. 
Chissà da che parte sta la verità e se Coppi effettivamente poteva salvarsi. 
Non è stato il primo ad ammalarsi dopo le trasfusioni, lo stesso problema anche in tempi recenti, di altri ciclisti o atleti.