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Bergamini, sessant'anni di storia attraverso la vita di un giornalista

05 febbraio 2020, 11:02

Bergamini, sessant'anni di storia attraverso la vita di un giornalista

PAOLO MARIA AMADASI
Inventò la “terza pagina”   e fu l'ideatore di un modo innovativo di dare le notizie inviando i giornalisti direttamente sul posto. Si faceva spedire le corrispondenze via telegrafo per averle per primo. Ma senza sperperare denaro. Gli articoli da   Parigi venivano  trasmessi alle poste di  Mentone, nei pressi del confine, e da qui portati a Ventimiglia per il definitivo invio a Roma, evitando comunicazioni internazionali.  
La storia di Alberto Bergamini (1871-1962), padre del giornalismo moderno, è raccontata  da Giancarlo Tartaglia, direttore della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), di cui lo stesso Bergamini è stato in diversi periodi presidente. 
Nel suo libro, frutto di certosine ricerche in archivi e raccolte di giornali condotte con  l'aiuto della moglie Alessandra,  Tartaglia entra nelle vicende di uno  dei periodi più delicati per l'Italia:  due guerre mondiali, l'imperialismo, il ventennio fascista, il referendum istituzionale. Un'epoca della quale Bergamini è stato attento testimone. E protagonista.   
Emiliano di San Giovanni Persiceto,  già a 16 anni fondò  «L'Eco di Persiceto» che dirigeva e compilava integralmente a mano. Poi passò   al Corriere del Polesine, un giornale elettorale, ma pur sempre   scuola di giornalismo. «Ogni mattina - raccontò più tardi, parlando di Pellegrino Molossi, direttore della Gazzetta di Parma, che considerava un maestro - attendevo la Gazzetta e leggevo i suoi articoli, nutriti di solido pensiero stringente, martellante le tesi avversarie, che frantumava». 
 Bergamini venne quindi chiamato al Corriere della sera. Ma fu Sidney Sonnino, barone toscano,  esponente di rilievo della destra moderata, ministro  di Crispi, a dare una svolta alla sua vita.   Nel 1901   lo convinse a creare  una testata riformista e liberale, con l'obiettivo di «rialzare col minimo attrito possibile le condizioni morali ed economiche delle classi più disagiate, dalla cui redenzione dipende l'avvenire d'Italia». Il 16 novembre  nacque «Il giornale d'Italia».
Bergamini introdusse  innovazioni incredibili per l'epoca: continua caccia alle notizie,   che dovevano essere urlate ogni notte dagli strilloni, e costante impiego di foto, disegni e  caricature.   Insegnò ai suoi cronisti a essere concisi: «Il commento è pleonastico, quando i fatti hanno già un rilievo». 
Inseguendo costantemente le notizie pubblicò  anche articoli poco apprezzati da Sonnino, nel frattempo diventato presidente del consiglio.  Una volta, provocatoriamente, Sonnino arrivò a chiedergli cosa avrebbe fatto di fronte a uno scandalo che l'avesse coinvolto. Bergamini rispose: «Sarebbe una grossa notizia».  Bergamini era così. Talmente innamorato del suo mestiere da non pensare a crearsi una famiglia. E talmente ligio nel difendere il  diritto dei lettori ad essere informati da non preoccuparsi di infastidire, politici, potenti, ecclesiastici. 
Eloquente il commento di Antonio Salandra, politico amico di Sonnino e con lui  coinvolto nell'avventura del «Giornale d'Italia»: «Bergamini è una forza della natura; non si propone che di diffondere il giornale e tutto il resto gli è indifferente».  Il direttore non mercanteggiò mai le proprie scelte. Gli fu chiesto di  effettuare dei tagli per contenere le spese di gestione, ma egli   si oppose sempre,  rendendosi piuttosto disponibile a rinunciare all'incarico.  
Tartaglia ricorda anche come Bergamini sia stato l'inventore della  «terza pagina». All'uscita del venticinquesimo numero, in occasione della rappresentazione della «Francesca da Rimini», interpretata da Eleonora Duse,   dedicò  all'evento un'intera pagina - la terza - con il contributo di quattro inviati. Il successo editoriale fu immediato e, sulla scia del consistente consenso di pubblico, Bergamini chiamò a raccolta scrittori brillanti  e corteggiò letterati per farli intervenire su temi meno conosciuti o addirittura sconosciuti.  Sulla terza pagina finirono per scrivere anche Sonnino, Salandra e Benedetto Croce. Fece sviluppare pure argomenti   non graditi alla Chiesa. Una novità per quegli anni. Poi introdusse le rubriche e   utilizzò un carattere tipografico molto elegante, l'«elzevir», inventato da stampatori olandesi. Da qui - nel tempo - l'uso dell'espressione elzeviro  per identificare il principale articolo della pagina.
«Il Giornale d'Italia» fu   il primo a dare la notizia della morte di papa Leone XIII. Il direttore  si affidò al giornalista Vittorio Vettori, abile nelle imitazioni, il quale chiamò il medico del Papa.  Il professor Gaetano Mazzoni, credendo che all'altro capo del telefono ci fosse  il presidente del consiglio Zanardelli in persona,  svelò che Leone XIII non sarebbe arrivato al mattino. Il quotidiano   fece così un clamoroso scoop. 
Come quando diede in anteprima la notizia dell'incarico affidato dal Re a Mussolini per formare il governo: Bergamini (che era anche senatore del Regno) lo apprese da un altro senatore e diede la notizia. 
Il rapporto con il fascismo fu   tribolato. Liberale, monarchico convinto,   Bergamini inizialmente pensava che Mussolini sarebbe riuscito a contenere il rischio di una deriva comunista per poi  rientrare  nel  rispetto dello Statuto.   «Ma - riconobbe - fu uno sbaglio fidarsi». Le Camere vennero presto “fascistizzate” e il delitto Matteotti e la soppressione della libertà di stampa cancellarono ogni dubbio. Bergamini non esitò a manifestarlo. Le poche volte che il Senato si era convocato, si presentava in aula con un abito   bianco, mentre tutti gli altri  vestivano la camicia nera. Venne minacciato, radiato dall'ordine dei giornalisti,  la sua casa fu oggetto di attacchi, ma non si piegò mai al regime. Dopo l'8 Settembre finì agli arresti per ordine degli occupanti nazisti e imprigionato  in attesa di essere trasferito al Nord, sotto Salò o   addirittura in Germania. Una rocambolesca evasione consentì a    Bergamini di trovare rifugio in San Giovanni in Laterano. Con lui, alcuni ministri del governo Badoglio non fuggiti a Brindisi, ma anche Nenni, Saragat, Ruini e Bonomi. Un comportamento - evidenziò successivamente Bergamini - per il quale l'Italia avrebbe dovuto essere riconoscente alla Chiesa nei secoli. 
La fine della guerra non cambiò le sue idee. Rimase fedele al mondo liberale e alla monarchia.  Gli venne affidato di nuovo l'incarico di presiedere il sindacato nazionale dei giornalisti e in ogni suo intervento non faceva che ribadire l'importanza della libertà di stampa. Senza scendere a compromessi. «Nonostante la mia tarda età - diceva - vivo per l'idealità dell'avvenire». 


Il giornale è il mio amore. Alberto Bergamini inventore 
del giornalismo moderno
di Giancarlo Tartaglia
All Around, pag. 300, 15,00