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LA SPAGNOLA

Agosto 1918, il vero esordio del virus si ebbe a Parma

L'origine fu a Calestano dove era di stanza un reggimento.   La tragedia parmense  fu così conosciuta che, in Francia, l'epidemia fu  denominata «fièvre de Parme»

di Fiorenzo Sicuri -

19 maggio 2020, 09:55

Agosto 1918, il vero  esordio  del virus  si ebbe a Parma

Nelle more in cui sono costretti buona parte degli italiani, ho letto, per capire (da ignorante della materia) qualcosa dello svolgimento delle epidemie e per avere un metro di paragone con l’attualità, un interessante libro sulla celebre epidemia “spagnola” (Eugenia Tognotti, «La “spagnola in Italia. Storia dell’epidemia che fece temere la fine del mondo. 1918-1919» Milano, 2015), considerata sino a oggi il paradigma epidemico del XX secolo. Naturalmente, ogni evento storico, e dunque anche un’epidemia, è qualcosa di singolare e irripetibile e ognuno ha dinamiche ed evoluzioni proprie, spesso inattese, sicché le analogie servono sino a un certo punto oppure, per i sostenitori dello scetticismo al riguardo degli insegnamenti della storia, non servono affatto (come nella poesia di Eugenio Montale: “La storia non è magistra di niente che ci riguardi”). Certamente, lo ripeto, le situazioni e le contingenze sono unici. 
Tuttavia, cum grano salis, la storia qualcosa ci insegna: il problema è che molti non vogliono imparare le pur modeste lezioni...
Dal saggio, con interessanti riferimenti su Parma, si ricava che la Spagnola fu un’epidemia mondiale, una pandemia, seconda soltanto alla celebre ‘peste nera’ del 1300. Colpì, con tre ondate rilevanti, fra il 1918 e l’autunno-inverno 1918-1919; in alcuni paesi, durò anche nel 1920. I tassi di mortalità oscillarono sul 2,5% a fronte di una media dello 0,1% delle precedenti epidemie influenzali. Secondo stime recenti, infettò un miliardo di uomini, uccidendone ventun milioni, più delle vittime della Grande Guerra. In Italia, le stime dicono che vi furono, a causa del virus, 600.000 morti circa; insieme col Portogallo il più elevato tasso di mortalità d’Europa.
Fu rimossa velocemente dalla memoria collettiva (era naturale, ovviamente, che la gente desiderasse dimenticarla…) e la comunità scientifica si affrettò a chiudere velocemente la triste parentesi, avendo dimostrato la propria impotenza ad apprestare una risposta terapeutica efficace: una vera e propria Caporetto sanitaria. Infatti, la stessa comunità scientifica brancolò per lungo tempo nel tentativo (non riuscito) di identificare ciò di cui si trattava, proponendo numerose ipotesi, anche le più stravaganti, che non erano tuttavia nemmeno lontanamente risolutive.  La sconfitta apparve cocente, perché la malattia che stava seminando la morte non era un nuovo e sconosciuto flagello, ma una malattia ben conosciuta e considerata banale come l’influenza. Soltanto nel 1997 uno scienziato americano riuscì a rintracciare il virus della Spagnola, svelandone in parte il mistero.
Ovunque, si constatò che il virus colpiva tutte le classi sociali; non portava alla morte i giovanissimi (quasi del tutto immuni i lattanti) e gli anziani, ma piuttosto l’età media; infine, si accaniva più sulle donne che sugli uomini. La prima ondata in Italia cominciò nel maggio 1918 ed ebbe un carattere poco aggressivo, quasi senza mortalità. 
La situazione sembrò normalizzarsi durante l’estate ma solo in apparenza; già nel luglio aveva colpito pesantemente diverse provincie del Sud e qualcuna del Centro e del Nord, fra cui Parma. In realtà, la pandemia conobbe un ciclo ininterrotto, con alti e bassi. L’esordio massiccio del virus, in agosto, si ebbe a Parma. Nell’ultima decade di agosto, nel campo di esercitazioni del 62° reggimento di fanteria (un reggimento della Brigata Sicilia, all’ingresso in guerra composta di numerosi parmensi) che si teneva a Calestano, si manifestò una grave epidemia. In pochi giorni, 500 dei 1600 uomini si erano ammalati e tredici morirono. I decessi erano dovuti, tutti, a complicazioni a carico dell’apparato respiratorio (broncopolmoniti o pleuropolmoniti): le persone colpite cominciavano a bruciare di febbre (39°-40°), ad avvertire fastidi alla gola, stanchezza mal di testa, dolori diffusi agli arti, congiuntive iniettate, talora epistassi e nausee. 
Durante la guerra, Parma fu un enorme ospedale, al pari di gran parte delle provincie dell’Emilia, essendo una retrovia importante del fronte; furono adattati a ospedali militari non soltanto i tradizionali nosocomi come l’Ospedale cittadino, che poi fu denominato Vecchio, ma anche una fitta rete di ospedali d’emergenza: ad esempio, istituti come il Convitto Nazionale Maria Luigia, scuole elementari in città e numerose piccole scuole rurali nella provincia. Ricoverati gli uomini del 62° reggimento in questi ospedali, il contagio si propagò velocemente fra gli ammalati presenti e si estese altrettanto velocemente fuori dagli ospedali, sicché fu una tragedia. Giovedì 29 agosto 1918, la «Gazzetta di Parma» accusava di “disfattismo” (un’accusa assai pesante durante la Grande Guerra) le voci secondo cui a Parma “impera la morte e i cittadini cadono per le vie come le mosche colpiti da un terribile e inesplicabile male”.
 Il giornalista della «Gazzetta di Parma», per contrastare questa tesi, affermava, cercando inutilmente di sdrammatizzare, che dopotutto le vittime nella settimana 19-25 agosto 1918 erano poco più del doppio di quelle registrate nello stesso periodo dell’anno precedente… Questa tragedia parmense fu talmente conosciuta che, in Francia, la Spagnola fu a un certo punto denominata “fièvre de Parme”. 
A fine settembre l’epidemia era estesa a tutta Italia e durò un paio di mesi sino al novembre; le provincie più colpite erano al sud. Di portata minore fu la terza ondata nell’inverno del 1918-1919, sebbene con un discreto numero di morti, e un’altra modesta vampata si verificò nell’inverno del 1919. Giacché l’evoluzione della malattia si svolse in gran parte durante la guerra, la censura militare fece in modo che sui giornali trapelasse pochissimo della gravità della situazione e, infine, la notizia della conclusione della guerra, con la battaglia di Vittorio Veneto e la resa del nemico, oscurò l’importanza del virus. L’esaltazione per la conclusione della guerra e per la vittoria fece passare in secondo piano l’andamento dell’epidemia, che comunque, dopo qualche mese, sostanzialmente si esaurì.