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INTERVSTA A VALERIO VARESI

L'e-book? Meglio un libro, dà più emozione e si può autografare

di Davide Barilli -

06 giugno 2020, 10:40

L'e-book? Meglio un libro, dà più emozione e si può autografare

 Domande secche, risposte dirette. A  scrittori, critici, saggisti, giornalisti di fama e di talento.  La rubrica  riguarda i libri del cuore, da ricordare,  da toccare, da annusare, da spostare. Pagine che ti hanno segnato dentro, fin da  da ragazzo, oppure occasioni mancate: libri come emozioni in cui specchiare la propria vita. 

Quale libro stai leggendo in questo momento?
In questo momento sto leggendo “L’ultima canzone di Bobby March” di Alan Parks, uno scrittore scozzese che avrei dovuto presentare il 18 marzo al festival Zacapa di Milano. Avevo già letto i due precedenti e ora è uscito il terzo da Bompiani
C’è un libro che ti  ha cambiato la vita o ha cambiato il tuo modo di pensare?
A cambiare la mia vita di lettore e non solo ha molto contribuito “Il processo” di Franz Kafka. Quando lo lessi da adolescente, ne rimasi incantato. Era la perfezione letteraria perché si presentava con una scrittura originale e trascinante, aveva un personaggio che riassumeva tutti i dubbi esistenziali che avvolgono la vita di oggi e condensava il mistero inestricabile della vita intrecciata di razionalità e caso.
 Il libro che avresti  voluto scrivere?
Avrei tanto voluto scrivere “Viaggio al termine della notte” di Luis Ferdinand Celine. In parte ho cercato di farlo nel mio “Lo stato di ebbrezza”, folgorato dalla prosa del grande autore francese. In quel libro c’è tutta un’epoca della storia europea, dalla prima guerra mondiale, al colonialismo, al fordismo, fino al clima tra le due guerre descritto attraverso la mentalità gretta e rancorosa della piccola borghesia della banlieu parigina. E poi quella forma narrativa inimitabile capace di sprofondare nel più acido cinismo e di risalire verso la leggerezza della comicità. Pochissimi autori hanno saputo cavalcare questa altalena espressiva. E credo anche che pochissimi abbiano saputo scrivere pagine di amore tenero e disperato come quelle che Bardamu, il protagonista, dedica alla prostituta Molly.
Il libro che ha più influenzato la tua scrittura?
 La mia scrittura è stata molto influenzata da  “Lo straniero” di Albert Camus. Raramente mi sono imbattuto in un romanzo capace di raccontare un fatto (il libro è forse frutto di fantasia, ma potrebbe essere tratto dalla cronaca di un giornale) con una lingua così limpida e diretta. Una forma perfetta, un personaggio indimenticabile e una storia che rispecchia una visione del mondo nitida nella sua follia. Un manuale di scrittura che consiglio a chiunque si accinga a scrivere.
 Il libro che reputi sottovalutato?
“La Malora” e più in generale il suo autore, Beppe Fenoglio. Certo, c’è Gadda con il suo meraviglioso “pastiche” linguistico colto, ma Fenoglio, negli stessi anni, sperimentava una lingua nuova mutuata nel lessico e nella sintassi dal dialetto. Autori che oggi praticano questa modalità formale, dovrebbero rendere omaggio al grande piemontese. Certo, negli anni Cinquanta l’Einaudi di Vittorini, l’editore di riferimento della sinistra italiana, non apprezzava questi esperimenti, né gradiva granché un ex partigiano badogliano di “Giustizia e libertà” come Fenoglio. Tuttavia, oggi, bisognerebbe rivalutare questo libro aspro e commovente. Al di là dei suoi meriti formali, è la testimonianza non ideologica di un dopoguerra di “vita agra” sopportato da quella generazione che ha ricostruito l’Italia. 
L’ultimo libro che  ti ha fatto piangere? 
Le ultime lacrime vere risalgono alla mia infanzia. Non ho mai pianto tante volte come leggendo “I ragazzi della via Paal” di Ferenc Molnar
L’ultimo libro che ti ha fatto ridere?
    “L’incendio di via Keplero” di Carlo Emilio Gadda. E’ vero che si tratta di un racconto, ma più lo leggo e più lo trovo esilarante oltre che perfetto.
Il libro che non sei riuscito a finire? 
Non ho terminato “Educazione siberiana” di Nicolai Lilin. Dopo tutti i racconti di mafie italiane, sinceramente non mi interessa esplorarne altre coi loro rituali ripetitivi.
Il libro che ammetti di non avere letto?
 Non ho mai letto “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson
 Cosa leggevi da bambino?
Da piccolo leggevo gli oscar Mondadori per ragazzi, London, Collodi, Verne, Salgari
 Sei  un lettore capace di leggere più libri contemporaneamente?
Solo saltuariamente leggo due libri in contemporanea. In genere preferisco concentrarmi su un solo titolo
Leggi le novità proposte dal mercato o preferisci rileggere? 
Le une e le altre. Le novità sicuramente. Ma rileggere a volte è sorprendente. Ci sono libri che hai amato che ti deludono e altri che avevi apprezzato poco che improvvisamente ti paiono bellissimi.
 Come suddividi i libri? Domanda con due risposte: quelli che tieni sul comodino e quelli scaffalati in libreria
Non ho un comodino e quindi non tengo libri lì. Non leggo a letto. I libri sono suddivisi in modo del tutto anarchico. Ho più case essendo un po’ zingaro, dunque più librerie, ma il caos è lo stesso: metto nello scaffale in ordine di acquisto e spesso ricompro un libro perché non lo ritrovo o non mi ricordo di averlo già da qualche parte. 
 Ci sono libri che tieni sempre a portata di mano?
Tengo a tiro Celine, Simenon, Izzo, Durrenmatt. Ma questa è la situazione attuale. Col mutare del tempo cambiano le preferenze. Le letture sono influenzate dal nostro sentire momentaneo.
Oggi, nell’era digitale, ti sei  arreso all’idea che in una lastra di computer ci può stare una biblioteca?
 Sono consapevole che in due etti di strumento c’è una biblioteca, il che ha un suo vantaggio, ma credo che il libro di carta sia insostituibile. E’ molto più di un semplice testo, è un’emozione, un oggetto con cui si ha un rapporto fisico, è il legame con un momento e un luogo della vita. Insomma, un insieme di cose che la dematerializzazione dell’e-book non può permettere, non ultima la dedica dell’autore.
Qualcuno ha detto che la libreria per un (critico, un poeta, un giornalista, uno studioso, un narratore) è come la scatola degli attrezzi per lo stagnaro, ti  rivedi in questa immagine?
 Non c’è dubbio che sia così, ma la metafora è riduttiva. Per uno scrittore la biblioteca è sicuramente l’alimento e lo strumento del mestiere, ma è altresì un contenitore di esperienze. E’ l’equivalente di un insieme di presenze che continuano a parlarci oggi e attraverso i secoli. Ci parla Omero così come Marquez, Catullo come Montale, Seneca come la Yourcenar
 Quale dei tuoi libri pensi o vorresti rimanesse fra cento anni?
Vorrei che di me restasse “Trilogia di una Repubblica” perché è la lettura che ho tentato di dare al mio tempo.