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BERTOLUCCI

Attilio e Ninetta, un amore infinito che trascende la vita

di Giuseppe Marchetti -

30 giugno 2020, 11:55

Attilio e Ninetta, un amore infinito che trascende la vita

«Cogliere per te/ l'ultima rosa del giardino,/ la rosa bianca che fiorisce/ nella prime nebbie:/ Le avide api l'hanno visitata/ sino a ieri,/ ma è ancora così dolce/ che fa tremare./ E' un ritratto di te a trent'anni,/ un po' smemorata come tu sarai allora». 
Perfetta e anticipatrice memoria che oggi possiamo chiudere tra le pagine del volume che Gabriella Palli Baroni ha curato per Garzanti, «Attilio e Ninetta Bertolucci. Il nostro desiderio di diventare rondini. Poesie e Lettere». Un libro e una storia d'amore: singolare identità tra poesia e sentimenti, o, per dire meglio, tra sentimenti, poesia e ricordo, un intreccio fatale come sempre è stato nella poesia di Attilio Bertolucci, in quella sua particolare prospettiva del tempo, dei casi e degli affetti fittamente intrecciati nella gioia e nel turbamento di provarli. Abbiamo ricordato da poco tempo i vent'anni passati dalla morte di Attilio e ora questo libro tanto bertolucciano e quasi timoroso di esserlo ci introduce, ricolmo di emozioni, nel solco profondo di una sincerità che poesie e lettere proiettano oltre le occasioni, gli incontri e gli anni dove Gabriella Palli Baroni coglie con acuta precisione e amore di particolari, luci, ombre, concessioni, intenzioni e  limpide informazioni la verità della storia e il desiderio «di diventare rondini» che è il più atteso di tutti gli altri. Osserva in proposito la curatrice che «Le tenere immagini di Ninetta, cui Attilio pensa continuamente, nascono quasi sempre dall'osservazione e dalla descrizione del tempo meteorologico e dal paesaggio, componenti delle impressioni acustiche e visive della sua poesia».  Non è soltanto perciò il desiderio di un colloquio intimo come si potrebbe dire, ma l'esito di una intima, magica contemplazione che vuole a suo modo coronare le «stagioni di Parma», «i versi scritti in autunno», l'inizio e il primo palpitare delle stagioni, il loro tramontare, «la fagiana e le sue penne», «il tempo incerto delle primavere e degli autunni», e addirittura, come si esprime Attilio, al modo dei poeti orientali, «dirti che sei bella come una città di mare, come un dattero, come una tenda di Gerusalemme. Non è letteratura, o se la è, la letteratura è talmente  entrata in me, che è sincera». 
Una totale identificazione, perciò, dal momento che il poeta è sempre il poeta, ma ai suoi  pensieri se ne aggiungono altri, la trama - potremmo dire - di un'altra vita futura quella che Attilio  deporrà poi nell'immagine delle «Scarpette di Chevreau» della «Camera da letto» dove confessa «La mia poesia/ dorme drogata dall'amore». 
Dobbiamo allora segnalare, come ci suggerisce Palli Baroni, che nel tempo in cui Ninetta non era accanto ad Attilio «il nostro poeta ascoltava musica e andava al cinema. Sono questi argomenti che legano moltissimo i due giovani amanti, nè può stupire chi conosce il Bertolucci appassionato di jazz e di quel cinema muto scoperto negli anni tra il '25 e il '28 e sempre frequentato. E' il nome di Armstrong a ricorrere nelle lettere del febbraio 1934 con entusiasmo». Un'altra storia che s'inserisce nella prima con forza delicata, convincente e già familiare: letture, film, confronti, studi, giudizi ora improvvisi ora più meditati, si confondono in quel pensiero dominante che Palli Baroni fissa nella vocazione che Bertolucci scoprirà in Roberto Longhi chiamato a Bologna alla cattedra di Storia dell'arte medievale e moderna nel biennio '34-'35: una vocazione dal profondo alla quale egli rimarrà fedele come a Ninetta, vorremmo dire, dai tempi della lettura del saggio longhiano su Piero della Francesca, sino a vantarsene con Quintavalle, allora direttore della pinacoteca della Pilotta, che «Quando ha saputo che ero scolaro di Longhi gli si è illuminata la faccia». Doppio omaggio, in realtà, perché anche Ninetta era scolara di Longhi. Altra singolare emozione che la «cara ragazza» trasmette al giovane poeta con quella sua giovanile baldanza alla quale Attilio risponde con un'importantissima e aperta confessione: «Abbiamo più di vent'anni, siamo innamorati e dobbiamo viver lontani. Perché debbo essere ammalato, così poco sicuro di me? Ti assicuro che se non avessi tutti questi mali, veri o immaginari, che fanno di me in questo momento un uomo incompleto, vedresti che saprei trovarla io una via d'uscita. Ninetta, se non avessi te, non saprei proprio dove sbattere la testa. Ma ci sei tu, e basta che ricordi   i tuoi occhi piccoli e vivi, un po' “moquers" perché ritrovi la felicità». Impresa non da poco, ritrovare la tranquillità, la felicità e finalmente sposarsi e metter su famiglia come si dice, una costante preoccupazione ma più che altro un sogno e quel «bacio» lunghissimo che accomuna, scalda e protegge a suo modo tutte le parti dell'epistolario, si può dire dagli anni del liceo Romagnosi alla scomparsa dei protagonisti, perché - come scrive Ninetta  «E poi se fossimo insieme ci baceremmo tanto, non ci stancheremmo mai». Ecco la risposta allo «scrivi molto e presto» di Attilio che ha disturbi al cuore, come scrive lui, le sue famose «aritmie».
Osserva opportunamente Palli Baroni che «Le lettere di Attilio tanto appassionate a partire da “Mia adorata" con cui si aprono (e cui corrispondono i “Ti adoro" di Ninetta) sono uno straordinario esempio di intensità e qualità d'affetto e di sensi, di prosa epistolare e di quella prosa, descrittiva, narrativa e poetica che egli ha affidato ai suoi libri...».  In una lettera del febbraio '34, Ninetta scrive di sentirsi «un po' come una convalescente» che esce da una malattia paradossalmente vissuta come un dono, mentre Attilio sembra a parer suo così disperato del proprio corpo «che non ti vuole obbedire, che non riesce a fare cinque chilometri di corsa - non perché non creda ai tuoi grandi mali, ella dice, anzi m' incutono il più grande rispetto, e io ti sto a sentire molto seria, ma hai un'aria talmente sconsolata quando ne parli che m'intenerisce molto». - conclude ironicamente. Ma anche questo è un segno di profonda complicità e una citazione dal profondo di quella speranza espressa così teneramente in una lettera di Attilio del maggio '35: «Mia adorata, dopo che tu mi hai salutato, al telefono, sono tornato nella mia camera e mi sono provato a scrivere una poesia che dicesse di quando viene la sera, e tu ti stringi più a me, quasi per cercare protezione, e mi fai cera e mi parli di te, ma non ci son riuscito però vi riuscirò. Forse è ancora troppo presto: sento ancora le tue braccia intorno alla mia vita e la tua testa sul petto, e la tua voce». Ecco, adesso, la voce e le voci: un carteggio prezioso e persino umile, curioso e divagante che alla fine si raggruma nella dolcezza della poesia: «Un altro giorno, un'altra notte ancora/ senza il conforto dei tuoi occhi/ mentre l'ala del tempo più e più sfiora/ i tuoi capelli castani./ Estivo è ormai questo silenzio intorno/ alla mia casa di campagna e il sonno/ dei vivi e dei morti quando il giorno/ se ne va».