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il racconto

Fu così che il gatto si bevve la luna

di Simone Innocenti -

12 luglio 2020, 12:29

Fu così che il gatto si bevve la luna

Fu così che il gatto si bevve la luna: era sera, era luglio, era Marina di Massa. Io me ne stavo acciottolato in un dondolo e mi pareva di altalenare l’inquietudine: accanto me c’era il niente. 
Ma fuori, fuori dal giardino, c’erano i gabbiani che si chiamavano e anche loro erano padronissimi di dire che non c’era niente, là dentro alle case: nessuno che gli rispondesse, pareva una situazione di stallo. D’estate fa caldo e il sole sembrava ronzare ancora nei discorsi che seguivo: il vicinato non lo conosci mai quando prendi in affitto una casa per le vacanze ma sei curioso almeno di sapere chi hai accanto. Non fosse altro per capire se c’è uno stagionale come te oppure uno del posto perché con la fortuna che hai capace che ti tocca uno che vive nella tua stessa città. E allora addio vacanze.

Invece no. Quella sera di luglio – mentre dondolavo – ascoltai bene l’accento di un signore che mi stava accanto di giardino: le molle erano perfettamente oliate, impossibile che si accorgesse di me che per giunta ero da solo mentre lui no. Parlava ad alta voce, qualcuno lo stava ascoltando. 
Stava indicando una rosa, per la precisione. E spiegava che c’erano anche i garofani, li per caso voleva vedere? Così mi accorsi ben presto che era a se stesso che parlava, monologava ad alta voce e ad alta voce chiamava il suo gatto. 
Princi vieni qua che ti do i croccantini, diceva. Sbrigati che poi devo andare a trovare la Madonna, diceva. Così me lo figurai che di lì a poco sarebbe uscito dal cancello di casa sua e, costeggiando il fosso del Brugiano che taglia perpendicolare la via fino a gettarsi al mare, sarebbe sceso fino alla statua della Vergine. Quella abbraccia tutti, pensai. Figurarsi uno che parla ad alta voce. È abituata a ben altri clienti, la Signora.

Princi, dove scappi?, vieni qua: ti ho messo il latte. Il signore ora sembrava disperato, io invece ero annoiato: potevo – che so – beccare un vicino muto? Aiuto, aiuto: si mise a gridare. Poi la voce fu come risucchiata: me lo immaginai che stesse correndo là fuori, dove non c’è niente. 
Non so mica cosa mi prese, ma feci lo stesso. E scoprii all’improvviso che la luna era sparita, c’erano mille luci di stelle ma quella della luna era scomparsa. 
Così presi il cellulare di tasca e lo usai come una torcia, avviandomi verso il mare: camminavo a falcate ma non sapevo dove fossi, le luci dei lampioni – senza la luna – mi confondevano, pareva di essere in una sala operatoria coi neon. Mi stavo per accartocciare dall’angoscia quando poco dopo quasi venne a sbattermi contro un uomo che ghermiva un gatto: era il mio vicino. Ma che succede?, chiesi. È stato lui, Princi: non gli piace il latte, così salta sul tetto della casa dello stabilimento balneare e va a bersi la luna: abbia pazienza, ma devo prendere lo scaleo, prendere qualche stella della via lattea, spremerla e riempire la ciotola della luna.
E fu così, in breve, che il gatto si bevve la luna. E io tornai sul dondolo a bermi la mia amata Sambuca. Brindando alla luna, che non c’è.