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«Essere una schiappa»: un parmigianismo dell'italiano?

Nel mercato ortofrutticolo della Ghiaia,  dal primo Ottocento, si chiamavano s'ciapi gli avanzi, gli scarti della frutta e della verdura che venivano venduti a spicchi 

di GIOVANNI PETROLINI -

17 luglio 2020, 12:01

«Essere una schiappa»: un parmigianismo dell'italiano?

C'è un punto dell'intervista di Claudio Rinaldi all’arbitro Alberto Michelotti pubblicata sulla “Gazzetta” di qualche giorno fa in cui il direttore della Gazzetta gli ricorda: "Hai sempre detto di essere stato slattato con dil s'ciapi" e lui gli risponde "Sì, alla sera mia nonna e mia madre, che facevano le ortolane e giravano con il carretto, tornavano a casa con gli avanzi: qualche mela bacata, un peperone con il buco: Era la nostra cena. In alternativa minestra con un po' di lardo pesto e d'aglio".

LE PAROLE DI MICHELOTTI
Ebbene quelle parole di un autorevole parmigiano del sasso come il grande Michelotti mi hanno illuminato. Mi hanno ulteriormente persuaso dell'altissima probabilità di un'ipotesi che accarezzavo da tempo e che m’illudo possa interessare ai lettori della “Gazzetta”: che la locuzione  italiana essere una schiappa nel senso prevalente di 'essere un giocatore inetto, incapace', entrata anche nell'italiano letterario novecentesco (in Savinio, Tecchi, Moravia per es.), rappresenti un parmigianismo dell'italiano nato nel mercato ortofrutticolo della nostra Ghiaia. Qui, almeno dal primo Ottocento, si chiamavano s'ciapi 'schiappe' gli avanzi, gli scarti della frutta e della verdura, che venivano venduti o comunque consumati dopo averli tagliati a schiappe, ovvero a metà o a spicchi in modo da salvarne il salvabile.

CALCIATORE SCADENTE
Se poi si considera che intorno al banco o al carretto di ortolani o ortolane come quelli della famiglia Michelotti gli avventori si fermavano spesso e volentieri, sin troppo volentieri, a fare due chiacchiere e magari a commentare fatti e protagonisti di eventi sportivi (specialmente calcistici), è ragionevole pensare che qui più facilmente che altrove la parola 'schiappa' dal significato di 'scarto del mercato ortofrutticolo' potesse facilmente slittare a designare metaforicamente e scherzosamente un giocatore inetto, e soprattutto uno scarto di calciatore. E chissà che proprio muovendo da un  banco o da un carretto di ortolani della Ghiaia come i Michelotti, ortolani e appassionati  di calcio, l'espressione si sia irradiata negli ambienti sportivi della città e da questi anche altrove in Emilia e in Italia. Come suggerisce il DEI (Dizionario Etimologico Italiano di Giovanni Alessio e Carlo Battisti) l' it. schiappa nel senso di "persona che val poco nel suo mestiere" sarà inseparabile da 'schiappa' nel significato di 'pezzo di legno fesso, tagliato'.

DA SCARTO DI FRUTTA A INETTO
Ma le ragioni della trasposizione semantica da ‘pezzo di legno fesso, tagliato’ a quello di ‘inetto, incapace’ non sono affatto trasparenti e riuscirebbero oscure prescindendo dal particolare significato ortofrutticolo che la voce ebbe in parmigiano. Schiappa 'incapace, inetto’ è del resto recente in italiano mentre il parm. s'ciapa è già nel Peschieri che cita esempi di "sc'iapa a lavoràr" cioè "Guastamestieri s.m. Guastalarte, acciarpatore, ciabattino, ciarpone", di "sc'iapa a sonàr" cioè "Strimpellatore s.m. Pestatore" e soprattutto "sc'iapa a zugàr, Sbercia. s.f. Cerna". Al parm. s'ciapa corrisponde il milanese s'cèppa "Sbercia. Cerna. Colui che è poco pratico del giuoco, che commette molti sbagli nel giuoco", vd. Cherubini, già nel Cherubini 1814 "Sbercia. Cerna. Colui che è poco pratico del giuoco, che prende degli sbagli". La prima ipotesi che s'affaccia e si è affacciata a chi ha tentato di dare una spiegazione persuasiva di schiappa in questa accezione spregiativa è che si tratti di una forma gergalmente scorciata per ‘schiappino’ (vd. parm. s’ciapén ‘spaccalegna’) o 'schiappa-legna' o 'schiappa-zocche'. Quello dello 'spaccalegna' o dello 'spaccaceppi' non doveva essere considerato infatti un mestiere propriamente "di concetto" e lo spaccare la legna un lavorare grossolano, non tanto per il sottile ma a colpi d’ accetta. Che 'schiappa'' 'incapace, inetto' possa muovere in sostanza da 'schiappa-legna' è la spiegazione avanzata dal DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli) e accolta per es. dal GDLI (Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia) che rifacendosi a quella spiegazione precisa "dal mil. s'ceppalègna 'taglialegna', che successivamente si sarebbe ridotto ad una forma abbrev. s-ceppin nel senso di 'persona poco abile', grazie alla maschera S-ceppin vestita da taglialegna, e di qui si sarebbe diffusa a Roma e nell'ital. comune".

TERMINE DIFFUSO
Ma, se davvero la voce italiana schiappa muovesse dal milanese s'cèppa ci saremmo aspettati un suo adattamento in un it. *schieppa (o *s'ceppa). Dal punto di vista etimologico il milanese s'ceppà 'schiappare, far schegge d' alcun legno' (da cui s'ceppa 'schiappa, pezzo di legna') è del resto certamente una forma secondaria (con passaggio di -a- in -e- verosimilmente per influsso di 'ceppo') rispetto al parm. s'ciapär, esponente di un tipo 'schiappare' ‘spaccare’ molto più largamente e anticamente diffuso. Ma torno a ripetere che per capire meglio come a Parma prima che altrove ‘essere una schiappa’ abbia potuto affermarsi nel senso di ‘essere un incapace, un inetto’ ci si dovrà rifare allo specifico significato che la voce 'schiappa' ebbe nel linguaggio del mercato ortofrutticolo parmigiano del primo Ottocento. Qui con s'ciapi ‘schiappe’ già s'intendevano (e chissà da quando) non solo in generale gli spicchi di pere o di mele, ma in particolare –si badi bene– gli spicchi di quelle "pere e mele guaste, che rimondate poi si vendono da' fruttajuoli, e si potrebbero dir Scarto, Cerna" come già scriveva il Peschieri seguito puntualmente dal Malaspina.

SPICCHI DI FRUTTA GUASTA
Il venderle non intiere ma a metà o a spicchi, ovvero a "schiappe", consentiva infatti di recuperare le parti commestibili di quei frutti di scarto. Giuseppe Mezzadri (vd. La nostra Parma, p. 39) racconta come Bruno Lucchini (1907-1990) tra i tanti personaggi parmigiani da lui conosciuti, gli ricordasse che l’ortolana Firmina “verso sera si faceva sull’ uscio e gridava –Donni gh’ é ‘l s’ciapi. Erano le mele o le pere ripulite delle parti marcite o ammaccate che vendeva a poco prezzo”. Da 'schiappa' 'fettina o spicchio di scarto di pera o mela' (per estensione da s'ciapa 1) si sarà passati insomma facilmente a quello fig. di 'scarto; persona incapace, inetta' e in particolare di ‘calciatore incapace, calciatore di scarto’.

ALTRI FATTORI
Non mi nascondo tuttavia che la fortuna di ‘schiappa’ in questa particolare accezione spregiativa possa essere stata favorita anche da altri fattori concomitanti. Per es. dalla possibilità di associare 'schiappa' al sign. di 'pezzo di legna da ardere ottenuto da un ceppo' e dunque alle possibili armoniche semantiche negative dell’it. ceppo.

SCHIAPPA E CEPPO
E non è neppure da escludere che tale avvicinamento fonetico di ‘schiappa’ all’it. ceppo’ (evidente per es. sul piano fonetico nel mil. s’cèppa) sia di ragione puramente eufemistica, cioè per dissimulare una altrimenti troppo scoperta possibile allusione di 'schiappa' a 'chiappa' 'natica' (mil. ciapa). Il tipo 'schiappa' propr. ‘tagliata, spaccata’ poteva infatti essere facilmente percepito come una variante sinonimica ampliata in prefisso (s-) di 'chiappa' 'natica', ed essere dunque in qualche modo associato all' agg. f. fessa 'sciocca, stupida, incapace', propr. 'tagliata, spaccata', giunto per altro al suo comune significato spregiativo attraverso un evidente significato "basso" (cfr. l' it. merid. fessa 'figa', propr. 'tagliata'). La 'chiappa' (parm. ciapa) cioè la ‘natica’ altro non è che una delle due parti in cui è 'fesso' cioè 'tagliato' il sedere (cfr. il fr. fesse 'natica').