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GLI ANNI '40 NEGLI OCCHI DI UN BAMBINO

Sotto le bombe con il rifugio chiuso

di Bruno Rossi -

02 ottobre 2020, 11:06

Sotto le bombe con il rifugio chiuso

Una sera avevamo giocato nella strada fin quasi alle dieci. Ricordo l’ora perché c’era il coprifuoco. Dopo le dieci di sera era proibito stare fuori casa se non si era soldati. Ero andato a letto con mia mamma: mio padre era in guerra. In cucina dormiva mia nonna. Non riuscivo a prendere sonno. Così avevo sentito bene il passo dei soldati con gli scarponi in una strada vicina, poi lo squadrone aveva voltato da noi e si era messo a cantare: “Per vincere ci vogliono i leoni, che Mussolini ha armato di valor”. 
Già, il Duce non era più arrestato, ma quella faccenda del vincere mi dava molto da pensare. Qualcuno chissà dove nascosto aveva fatto contro i soldati una pernacchia di scherno. Grida, spari, poi tutto era tornato alla calma. Non molto dopo, all’improvviso era filtrata dalle finestre chiuse una luce fortissima come se di colpo fosse tornato il giorno. 
Mia mamma, che era voltata e non aveva visto la luce, cercava di quietarmi: “Saranno i soldati giù in strada”. Ma subito si era accorta anche lei della luce e mi aveva gridato di alzarmi. “Bombardano”. Anche la nonna si era alzata ed era scappata con noi: aveva addosso soltanto i mutandoni. 
La strada si era riempita di gente e tutti cercavano di raggiungere il rifugio anti-aereo all’inizio di Borgo del Naviglio. Ma le porte del rifugio non si aprivano: le chiavi le aveva una donna che si era ubriacata e chissà dove era finita. La luce (ma lo avevamo saputo dopo) veniva dai bengala che li lanciavano gli aerei prima di bombardare. La gente cercava di ripararsi come poteva sotto tettoie da niente e gridava. Poi avevamo sentito gli scoppi.

Un mio zio, il giorno dopo, era riuscito a farci sfollare. Le corriere non erano in funzione. Non conoscevamo nessuno con la macchina. Così avevamo dovuto salire su un carro trainato da buoi e andare (per molti tratti a piedi) fin oltre Montechiarugolo, a Tortiano, dove gente amica di questo mio zio ci avrebbe ospitato. Nei giorni che erano seguiti avevamo visto molte volte il fumo che si alzava da Parma bombardata.

La famiglia che ci aveva accolto abitava in una casetta lunga e stretta. Dall’altro capo c’era la bottega del fornaio, che comprendeva un forno dove veniva preparato anche il pane. Alla sera, quando il lavoro era finito, il fornaio, sua moglie e i quattro figli si sedevano su una panca al lato della strada e si mettevano a succhiarsi il pollice, facendo finta di fumare la pipa. Uno dei figli aveva la mia età ed eravamo diventati amici. Dietro la casa tenevano un maiale. Qualche volta, badando bene che nessuno ci vedesse, montavamo in groppa al maiale che trotterellava attorno come fosse un cavallino.

C’era a Tortiano una villa con un grande parco. I tedeschi che l’avevano occupata non sembravano così cattivi come si diceva. Erano ragazzoni alti e biondi, a volte cantavano le canzoni che anche noi conoscevamo. Ma erano i primi tempi. Un giorno li avevamo visti cambiare faccia. Gridavano. Correvano. Erano armati più del solito. Entravano nelle case buttando giù le porte. Avevamo capito che cosa volevano. Dar la caccia agli italiani che erano riusciti a tenersi fuori dagli arruolamenti. Prendevano anche gli anziani che erano andati a lavorare nei campi. Se trovavano qualcuno che aveva un’arma lo fucilavano. Gli altri li portavano a Parma e li caricavano sui treni diretti in Germania.

Non avevamo più dubbi. Erano nemici. Ma che cosa potevamo fare? Il mio amico aveva avuto un’idea. Fare uno scherzo. Ma non dovevamo farci accorgere. Un giorno i tedeschi sembravano in festa. Avevano occupato il forno, lì a Tortiano, e si erano messi a fare dei pani e delle torte. Il mio amico ci aveva portati in una stanza proprio sopra a dove i tedeschi si stavano divertendo. Il pavimento era fatto di assi sconnesse e si vedeva quel che capitava sotto. Un momento che i soldati erano usciti, uno di noi cavò di tasca una lucertola morta e la fece cadere nel pastone dei tedeschi. Poi eravamo scappati di corsa attraverso le stanzette dove la famiglia del fornaio andava a dormire.

La mamma aveva deciso che tornassimo a Parma, anche perché riprendevano le scuole e io dovevo fare la quinta. La città era piena di soldati tedeschi. La gente diceva che la guerra stava forse per finire. A me sembrava il contrario. Sarebbe ancora durata a lungo e forse più dura. Ero andato in Piazza Garibaldi e sul balcone dietro al monumento avevo visto un cartellone con una parola molto lunga, “Standortkommandantur”. I tedeschi erano i padroni. Anche noi ragazzi imparavamo a dire parole tedesche, come Rauss, Kaputt. Avevamo capito che danger voleva dire “pericolo” e quindi stavamo alla larga.

Un giorno un mio compagno era arrivato in classe in ritardo. Diceva che il suo treno era stato fermato prima di Fornovo da banditi che però non avevano rubato niente. Il mio compagno Carlo mi aveva spiegato che non erano banditi e mi aveva detto una parola che non avevo mai sentito prima: erano partigiani. Per strada, finita la scuola, quel compagno arrivato in ritardo aveva raccontato che dal treno i partigiani avevano fatto scendere i fascisti e li avevano portati non si sa dove. Altri sembrava sapessero tutto di questa storia. Dicevano che anche tra la gente in città c’erano partigiani, ma si tenevano nascosti. Sarebbero usciti allo scoperto, quando anche quelli che erano in montagna sarebbero scesi e avrebbero liberato la città. Uno, con la faccia rossa per l’emozione, aveva proposto: “Andiamo anche noi a fare i partigiani”. Era stato il mio compagno Carlo a calmarci: “Siamo troppo piccoli. Non ci prendono”.

Alla mattina, quando andavo a scuola. passavo davanti al negozio dell’ortolana. Mi fermavo per prendere un “giardinetto”: cioè una mela, a volte un mandarino, due o tre castagne secche. Era la mia merenda. Davanti al negozio c’era sempre un bel cane, grosso, color marrone. Si chiamava Iumbo. Stava fermo, seduto. Avevo un po’ soggezione di lui. Gli dicevo piano, che non mi sentissero gli altri,: “Buon giorno, signor Iumbo”. Lui un poco scuoteva la testa. Forse non voleva dire niente. Ma io speravo che fosse una risposta al mio saluto.

La mia strada con tutti i suoi animali mi sembrava un po’ una favola. Intanto, davanti alla mia casa, ci stava un carrettiere (non so se si dice così) e il suo cassone era tirato da un cavallo simpatico. La mia mamma non voleva, ma qualche volta, quando lei non c’era, il carrettiere mi faceva salire. Al cavallo non occorreva dare comandi. Quando passavamo davanti a una osteria, si fermava. Il carrettiere scendeva ed entrava nell’osteria. Poco dopo usciva con tre scodelle di vino. Due grosse, per lui e il cavallo, e una piccola per me.

L’osteria che più mi piaceva era quella di Mederico. Mi ci portava mia nonna. Non per bere. C’era un pappagallo che, appena mi vedeva, diceva: “Che bel putèn, che bel bambino”. Lo capivo anch’io che non era vero. Lo diceva a tutti i ragazzi che arrivavano. Un giorno era entrato uno che non conoscevo. Il pappagallo si era allora messo a strillare: “Mederico. Mederico. Ghé col che roba i’ov”. Sul bancone dell’osteria c’erano infatti delle uova sode e scodellini con il sale. Ma quel tale entrato non rubava niente.

La gente aveva fame e un giorno alcuni magazzini erano stati presi d’assalto. Tutti gridavano e c’era molta confusione. Alcuni avevano cominciato a picchiarsi. Allora era entrato uno. Lo conoscevo. aveva, credo, cinque o sei anni più di me. Era saltato sul bancone ed era riuscito a far stare zitti tutti. A ognuno chiedeva che cosa volesse. Tu formaggio, tu olio, tu burro. Andava a prendere le cose richieste e le distribuiva.

Forse era un partigiano anche quel giovanotto. Avevo saputo di lui un’altra cosa che aveva dell’incredibile. Qualche giorno prima era andato nelle cantine dell’Albergo Milano e aveva riempito dei sacchi con robe da mangiare. Poi, assieme a suoi compagni, era andato nella stazione, vicino ai binari. Era una cosa molto pericolosa, perché c’erano soldati tedeschi a fare la guardia. I vagoni erano chiusi: avevano soltanto feritoie in alto per lasciare passare un poco d’aria. Strisciando, o non so come, quei ragazzi si erano arrampicati fino alle feritoie, e avevano lasciato cadere dentro i sacchi con le cose da mangiare. Nei vagoni c’erano ebrei o non so bene chi, destinati a essere portati in Germania. Dopo qualche dopo giorno avevo saputo che quel ragazzo si chiamava Mario.

(2 - Continua)