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Quelle semplici vite in bilico  sui «baladór dil scäli», teatri della vita  

Un tempo, per la gente che abitava in quelle case umili e povere, il ballatoio era qualcosa di molto importante: uno spazio vitale dove si socializzava, si rideva, si piangeva, si urlava, ci si consolava a vicenda  

di Lorenzo Sartorio -

23 novembre 2020, 12:08

Quelle semplici vite in bilico  sui «baladór dil scäli», teatri della vita  

La definizione corretta è «spazio comune». Ma un tempo, per la gente che abitava in quelle case umili e povere, era qualcosa di molto più importante. Era, addirittura, uno spazio vitale dove si socializzava, si rideva, si piangeva, si urlava, ci si consolava a vicenda. Insomma, il teatro della vita. Alludiamo al ballatoio delle scale, il parmigianissimo «baladór dil scäli», che poteva essere al chiuso oppure all’aperto dove le case prevedevano locali accessibili da porte che davano su lunghi terrazzi che guardavano su una corte in città o sull’aia in campagna.
 Il ballatoio era un mondo, anzi un mondo piccolo, piccolissimo, che pulsava di tanta umanità e di quelle piccole - grandi ricchezze e miserie dell’animo che contraddistinguono ognuno di noi. Intanto dobbiamo premettere che, una volta, le porte delle case erano quasi sempre aperte e le chiavi erano un optional. I «cazànt» si conoscevano alla perfezione e, quella piccola comunità che viveva sotto lo stesso tetto, era un’unica grande famiglia. I bambini, sul ballatoio, specie in inverno, giocavano con i sinalcoli o le biglie oppure attaccavano alle ringhiere dei lunghi terrazzi girandole comprate alla fiera o al mercato che giravano come eliche di aeroplani quando spirava un po' di brezza. Dal canto loro gli anziani si posizionavano sul ballatoio, sedendosi su una seggiola portata da casa, per fare quattro chiacchiere. Erano tempi non certo di abbondanza e di agi quindi, anche le «rezdóre», dovevano essere molto solidali tra loro e non era raro che si passassero, a turno, un «brancón äd farén’na», un bicchiere di zucchero, un cucchiaio di conserva o «socuànt óv». 

Oppure si prestassero, chi era capace, per fare le punture ad un ammalato. Era festa grande quando qualche «rezdóra», particolarmente ispirata, decideva di fare la «tortafritta» ed, allora, ce n’era un piattino anche per i vicini di ballatoio i quali, in comune, oltre la solidarietà, avevano anche quei miseri ed angusti servizi igienici posizionati nelle scale. La festa di una famiglia era la festa di tutti come, ad esempio, il matrimonio di una giovane che, alcuni giorni prima, vedeva il gineceo del pianerottolo mobilitato per far sì che la sposa scendesse le scale impeccabile mentre lo sposo la attendeva nel cortile. Come pure la pietà accompagnava quei gesti spontanei, carichi di tantissima umanità, quando veniva a mancare qualcuno e le gente di tutta la casa si ritrovava nell’appartamento della famiglia colpita dal lutto per la veglia funebre fatta di preghiere ma anche di gesti concreti di solidarietà nei confronti della famiglia colpita dalla disgrazia specie se c’erano di mezzo spose ancor giovani e bambini. 
Un segno distintivo che accomunava tutti i ballatoi erano i panni stesi, qualche vaso di fiori o di rosmarino e, appese al muro, alcune malconce gabbie con un paio di canarini messi lì quasi ad esorcizzare la miseria e l’indigenza delle varie famiglie. «Chi vive insieme litiga insieme» recita un antico adagio ed, in effetti, non era raro che nei vari ballatoi scoppiassero furibonde liti frutto, magari, di quei pettegolezzi femminili che si attaccavano alle pareti come ragnatele le quali venivano poi rimosse con la scopa dell’amicizia e della solidarietà. In autunno non era raro che qualche «cazànt» si ingegnasse per creare un rudimentale «fogón» e fare «il bruzädi» per la felicità di tutti. Come pure «al baladór» si vestiva festa per Natale grazie ad un arbusto messo dentro ad un vaso al quale la gente attaccava ai rami qualche palloncino fatto di carta e colorato a mano dei bambini. 
Chi possedeva una fisarmonica ed era in grado di farla «cantare», dopo una scorpacciata di caldarroste accompagnate da qualche bicchiere di vino, si metteva all’opera facendo risuonare fra le antiche mura quei brani popolari imparati nei vari «festivàl».

Il ballatoio, a volte, si trasformava anche in minuscola officina fai da te per eseguire qualche lavoretto come la riparazione di una «scràna sòpa», oppure di qualche manico di padella rotto. Ma quello che accomunava davvero i vari «baladór», sia quelli all’aperto che quelli al chiuso, erano i richiami ad alta voce delle mamme che chiamavano all’ordine i figli oppure di qualche moglie che inveiva all’indirizzo del marito che aveva alzato un po' il gomito. Già, i cari vecchi ed ora spariti  «baladór d’il scali» dove ne succedevano davvero di tutti i colori. 
Un esempio? Metà anni cinquanta, borgo Santa Maria, per i parmigiani del sasso «cul äd sach». Uno dei borghi più caratteristici ma anche più poveri della città dove la miseria si sposava con la solidarietà e, molte volte, con «il buji tra cazànt». Marién, (poi divenuto fondatore e direttore dell’orchestra  «Millelitri»), a quei tempi ragazzino anche troppo vispo , abitava in un «granär» con la numerosa famiglia. Un bel giorno inforcò la bici per andare a «prelevär» un po' di uva dalle parti di San Pancrazio per poi pigiare nel solaio. Giunto sul posto, tra i filari, scorse una bella gallina. Veloce come un pesce (il ragazzino era anche un abile «grotadór» nella Parma) la afferrò e la mise dentro un sacco mentre gli amici erano intenti ad effettuare una velocissima vendemmia per non essere scoperti dai contadini. Ritornati a casa, i ragazzi, depositarono il tutto «in- t’-al baladór» tra la sorpresa dei «cazànt» già pronti a pigiare l’uva e fare la festa alla gallina. 
Marién, comunque, non era nuovo a queste imprese poiché, con gli amici del borgo, fece salire un vitellino, anche questo «prelevè» nel primo contado, su per le scale, parcheggiandolo sul ballatoio per poi portarlo in solaio. Ma tutto fu vanificato, il mattino seguente, dall’arrivo nella corte di una camionetta della «Celere» che, a quei tempi, non scherzava. Infatti l’«oggetto prelevato», ossia il vitellino, per stessa ammissione di Marièn, non era passato inosservato.