Sei in Cultura

Topini e moscardini

Girovagando intorno ai nomi dei topolini dei nostri vecchi solai

In questo inquietante 2020, «anno del topo» nell’oroscopo cinese, un'analisi  sulle definizioni e   origini del termine sorcini, in parmigiano  noti come «sorghèn»

27 novembre 2020, 10:56

Girovagando intorno ai nomi dei topolini dei nostri vecchi solai

Anche per sdrammatizzare un po’ questo inquietante 2020, l’ “anno del topo” nell’oroscopo cinese, mi è venuto di pensare ai nomi dei simpatici topini o topolini di casa nostra. 
I  NOSTRI SORGHÉN
In parmigiano comunemente noti come sorghén, dim. di sòrrogh, ‘topo’, parenti stretti di quei metaforici sorcini dim. dell’ it. sorcio o del romanesco sorco ‘topo’ che militano numerosi nell’esercito dei giovani fan di Renato Zero. 
IL SORCO DI DANTE
In italiano si potrebbero chiamare legittimamente non solo topini o topolini ma anche sorghini (ma so che molte delle nostre maestre sarebbero pronte a condannarli senza appello con la matita blu perché troppo vicini al dialettale sorghén). Ma sorgo ‘topo’ è attestato già nell’italiano del Trecento - il secolo d’oro della nostra lingua - per esempio ne Il trecentonovelle di Franco Sacchetti e la sua variante sorco è persino nella Commedia di Dante (Inf. XXII 58): “tra male gatte era venuto ‘l sorco” e dunque un eventuale sorghini del nostro Pierino meriterebbe un po’ d’indulgenza. Sia il parm. sòrrogh, sia l’antico italiano sorgo, sia il romanesco sorco, sia il romanesco e it. sorcio discendono tutti comunque dal latino sorex, icis ‘topo’, attraverso un diversamente declinato lat. parlato *soricu(m) o *soriciu(m).  Ma tra topini e topolini i nostri parmigiani sorghén preferirei decisamente chiamarli topolini. In italiano, nel lessico naturalistico italiano, gli animali più propriamente detti topini non sono piccoli topi. 

Sono - com’è noto -  degli uccellini. Della stessa famiglia delle rondini. Sono le più piccole fra le rondini di casa nostra. Dottamente sono dette anche rondini riparie (lat. sc. Hirundo riparia riparia L.) perché numerose fanno il nido nelle pareti delle rive (lat. ripae) dei fiumi (del Taro o dello Stirone per es.) in fondo a quelle gallerie che sembrano proprio scavate, quasi crivellate, da piccoli topi. Di qui a mio avviso (molto più probabilmente che dal colore grigio-bruno sorcino della loro livrea, come generalmente si vuole) discenderà il loro nome italiano, originariamente toscano, di topini, diminutivo di topo, verosimilmente nel significato particolare, anch’ esso toscano, di ‘ratto’ (la pónga di noi Parmigiani, la pantegana dei Milanesi), una specie di topo che - com’ è noto -  ama scavare cunicoli nelle rive dei corsi d’acqua.

In ogni caso topini o topolini che dir si vogliano, i piccoli topi a noi più familiari, abituali frequentatori dei nostri vecchi granai non erano i moscardini. Come le arvicole, i topolini di campagna (parm. topén), anche i moscardini sono piccoli graziosissimi roditori delle nostre terre, ma d’indole assolutamente selvatica. 
DAI SOLAI AI BOSCHI 
In particolare non amano il chiuso dei solai ma l’aria aperta dei boschi e soprattutto amano inerpicarsi sui rami di quelle piante di nocciole delle quali sono avidi consumatori. 
Di qui il loro nome scientifico di Muscardinus avellanarius (dal lat. avellana ‘nocciola’ e di qui anche il frequente nome dialettale del tipo ‘nocciolino’, vd. parm. nisolén (da nisóla ‘nocciola’, tipo rappresentato in tutto il contado parmense (anche nella media Valtaro -nisulèjn, a Solignano per es.) e comune non solo in Emilia ma anche in Lombardia (cfr. mil. nisciorin, vd. Cherubini e l’ antico cremasco ninsulén, cremasco (rat) nisulì, vd. V. Ferrari, Lessico zoologico popolare della provincia di Cremona, dialettale, etimologico , Cremona 2010, p. 83. 
Altri nomi italiani del moscardino, certamente di provenienza settentrionale (da ‘nizzola’ variante sett. di nocciola), sono anche nizzolo e nizzolino già registrati (insieme a nizzurro) nel Dizionario della lingua italiana del Tommaseo.

ABITUDINI ALIMENTARI
Le abitudini alimentari soprattutto notturne del moscardino fanno sì che sia difficile incontrarlo. Ma quando, magari andando per funghi, ci capita di intravvederlo, col suo caratteristico colore fulvo quasi arancione, i suoi occhietti neri, e il suo comportamento vispo e giocherellone, è inconfondibile.  
NASCONDINO TRA I RAMI
 Proprio come un piccolo graziosissimo scoiattolo anche il moscardino ama giocare a nascondino tra i rami degli alberi dove compare e scompare in un battibaleno. 
Non per niente nissulén a Fidenza (vd. V. Chiapponi - T. Corradi, Parlär burgzàn, Parole e frasi del dialetto di Borgo S. Donnino-Fidenza catturate per i posteri, “Quaderni fidentini” n. 39, Fidenza 1990, s.v.) ha assunto anche il senso (non comune) di 'scoiattolo'. Talvolta lo stesso nome di ‘nocciolino’ si è esteso indebitamente anche ad un più noto parente stretto del moscardino, il ghiro, che è però più grosso e d’ un colore molto diverso, grigio come quello del più comune topo domestico. 
Anche Ilario Peschieri nel suo Dizionario parmigiano-italiano (ediz. 1841) identificava il parm. nisolén (“nizzolèin” nella sua grafia) col ghiro ed ancora Guglielmo Capacchi nel suo Dizionario italiano-parmigiano, Parma 1992 traduce con il parm. nisolén non solo l’it. nocciolino cioè di moscardino (Muscardinus avellanarius L.) ma anche, impropriamente, l’it. ghiro.

In passato il moscardino, questo piccolo roditore avido di nocciole, in parmigiano fu anche detto arjatén (o arjetén), corrispondente al tosc. reatino o reattino, nome col quale molto più comunemente è conosciuto il più piccolo rappresentante dell’avifauna europea: lo scricciolo, l’uccellino del freddo di noi Parmigiani. 
DA  UCCELLINO A TOPOLINO
Come spiegare questa ardita trasposizione di arjatén (o arjetén), da ‘uccellino’ a ‘topolino’? Il nome dello scricciolo sarà passato al moscardino non per ragioni propriamente denotative ma soprattutto affettive. 
Come lo scricciolo è infatti il più piccolo e grazioso fra i nostri uccellini, così il moscardino è forse il più piccolo e grazioso tra i nostri topolini. Entrambe poi queste dolcissime creaturine amano frequentare arbusti e cespugli, e sui loro rami anche un uccellino come lo scricciolo è in grado di inerpicarsi proprio con la stessa agilità di un moscardino.

GIOCO DEI PERCHÉ
Ma perché mai - continuiamo col gioco dei perché-  il nome di moscardino (che in antico italiano significò anche ‘profumino, cacazibetto, bellimbusto, zerbinotto, giovane azzimato e galante’) sarà stato attribuito a questo piccolo graziosissimo topolino avido di nocciole?
 GRAZIOSO E PROFUMATO
Forse perché - come ritengono i più - il moscardino, oltre che graziosissimo, sarebbe anche profumato (per via di certe sue ghiandoline), proprio come per es. il molto più grande (e famoso per la sua pelliccia) topo (o ratto) muschiato, il fr. rat musqué. L’ italiano moscardino è in effetti un derivato in doppio suffisso (-ard-ino) dall’antico mosco (o muschio) ‘profumo, muschio’ (in origine sostanza fortemente odorosa ricavata dalle ghiandole perianali dell’omonimo mammifero asiatico simile a un piccolo cervo senza corna).
 RODITORE CICISBEO 
Non mi sentirei di escludere tuttavia che il nome di moscardino sia stato dato al nostro piccolo roditore più seplicemente per il suo aspetto elegantino e grazioso, proprio come quello di un cicisbeo, di un profumino, come un tempo si poteva anche dire.
 IL MOSCARDINO DI MARE
La stessa motivazione, cioè il suo vero o presunto profumo di mosco (o di muschio che dir si volesse), ha ispirato certamente anche l’ omonimo it. moscardino (lat. sc. Eledone moschata Lamarck) grazioso animale marino molto simile ad un piccolo polpo, ma - come forse non tutti sanno -  con una sola, evidente, differenza: che ognuno dei suoi otto tentacoli è caratterizzato da una sola fila di ventose mentre ogni tentacolo del polpetto ne ha una doppia. Perché lo sottolineo? 
Perché lo sappiano le nostre donne quando vanno al mercato del pesce: il moscardino è meno pregiato del polpetto e non devono comprarlo allo stesso prezzo! 
Quanto poi al presunto profumo di muschio (o di mosco) che anche il moscardino esalerebbe appena estratto dall’acqua e lasciato all’aria, ho qualche motivo di dubitarne. 
Ho provato ad annusarlo e devo dire che non mi ha inebriato. 
Anzi, a questo punto mi ha sfiorato un dubbio: che il suo nome non derivi da mosco (o muschio) nel sign. proprio di ‘profumo’ ma in quello ironico antifrastico di ‘cattivo odore’, significato col quale anticamente anche la parola muschio, come ancor oggi la parola profumo, poteva essere talvolta impiegata. 
In questa accezione ironica la usava per esempio, già nel Cinquecento, un grande novelliere come Matteo Bandello (vd. Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia s.v.). 
A rafforzare in qualche modo questo mio cattivo pensiero mi soccorre la testimonianza di Ottavio Grasso un mio caro amico, valoroso vigile del fuoco in pensione, ex pescatore di Monterosso al mare. 
Da me interpellato riguardo al presunto profumo del moscardino, mi racconta che quando da ragazzo con suo padre usciva a pescare di notte con la lampara, capitava qualche volta che nella rete finisse un moscardino, e allora spesso decidevano di buttarlo. 
Perché? Perché - dicevano -  u spüssa de profummu ‘puzza di profumo’ cioè ‘ha un cattivo odore’.

PARADOSSO LIGURE 
E qui, su questo curioso dialettale paradosso monterossino, posso interrompere il corso di questa mia stravagante divagazione, che dal chiuso dello studio dove sono maledettamente relegato, inseguendo la vicenda dei nomi dei topolini di un polveroso vecchio solaio saltati fuori dalla lettura di un articolo di giornale, mi ha portato finalmente all’aperto, sulla riva del mare, ad annusare il misterioso odore di un moscardino appena pescato. 
Per capire se davvero profuma o se puzza.