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Scatti da Artide e Antartide: gelo e ghiacci interpretati da Cantadori

di Manuela Bartolotti  -

20 gennaio 2021, 10:23

Scatti da Artide e Antartide: gelo e ghiacci interpretati da Cantadori

E’ un mondo ai margini dell’ombra, avvolto in una luce bianca di silenzio, quello accarezzato dall’obiettivo di Claudio Cantadori, pediatra e fotografo parmigiano che stavolta, con i due doppi volumi fotografici dedicati all’Artide e all’Antartide, ha vinto il Primo premio (libro fotografico categoria non professionista) all’edizione 2020 dell’International Photography Awards.

 In una sospensione gelida e selvaggia, egli coglie le tracce della vita, foche, balene, pinguini che sembrano incontrare lo sguardo del fotografo con naturalezza, quasi a creare un dialogo misterioso e ancestrale tra uomo e animale. Il bianco, il grigio, il nero del contrasto notturno, scaldati da una stampa raffinata, creano geometrie Imponenti e primordiali. Cantadori, con le sue Leica e Nikon, pare restituire il sublime rappresentato in pittura dal romanticismo di Caspar Friedrich, celebrando l’imponente e desolata bellezza delle montagne di ghiaccio che si stagliano nelle tenebre oppure illanguidiscono nei colori accesi del tramonto.

Se dunque l’Antartide risulta un territorio dai forti contrasti, l’Artide invece appare un regno di bianco assoluto o di nero trasparente, entrambi comunque spazi densi di gelida attesa. Per Cantadori questo ulteriore reportage nei luoghi estremi del pianeta (dopo la savana africana e la vulcanica Islanda) diventa metafora della stessa esistenza: ad ogni passo non si sa mai cosa avverrà, se avverrà, come avverrà.

E prima o poi appare qualcosa di vivo, un ala d’uccello a tracciare un confine tra cielo e terra, un bue muschiato circonfuso di nebbia nevosa, un orso polare solitario. Il fotografo pare condividerne la solitudine, così che l’animale sveli la sua essenza e la sua intimità, senza timore alcuno. Si rotola nella neve, si gira a osservare. La tipicità straordinaria delle foto di Cantadori, al dì là del taglio originale e dell’impostazione, è quella di suscitare empatia tra sé e le creature che ritrae, così da creare un’atmosfera poetica, offrendo un’interpretazione artistica e non semplicemente naturalistica o documentaristica. In questo modus operandi, il suo modello più prossimo di riferimento è il francese Vincent Munier, ma con una spontaneità ancora maggiore dovuta forse alla fiducia fatalistica nell’imprevedibilità.

Non si apposta, non va ostinatamente a caccia d’immagini già prefigurate, scontate, ma aspetta e accetta la sorpresa sempre diversa di un mutamento di paesaggio, di luce, d’atteggiamento nell’animale. Osserva con stupore e ammirazione questa bellezza essenziale, di una poesia ineffabile, traducendola poi in stampe raffinate. Questi «last ices» allora sono paradossalmente caldi e frementi, palpitanti d’amore per l’universo di cui siamo parte. Scrive l’autore nell’incipit di Arctic: «Quando amiamo appassionatamente la vita, non chiediamo che lei si mostri. Il premio consiste già nell’attesa». E in quell’attesa scopriamo anche noi stessi.
Last Ice. Arctic- Antarctica 
di Claudio Cantadori
 Blurb ed., 2 vol.
 pag 164 e 80, 97,00