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il racconto

L'ora del coprifuoco, le bombe e il virus

24 gennaio 2021, 11:23

L'ora del coprifuoco, le  bombe e il  virus

di Pinco Pallino

È una notte strana. Il 31 dicembre 2020, ultimo giorno dell’anno. Tutto intorno è silenzio. La strada è vuota, neanche una macchina fa sentire il suo rumore. I passi felpati delle persone non ci sono. Silenzio totale. 
Dalle 10 di sera ogni cosa è ferma. Il virus che ha colpito ogni paese nel mondo è terribile. 
Tutti sono chiusi in casa, non ci sono feste per quella che dovrebbe essere la serata più gioiosa dell’anno. E, proprio come tanto tempo fa, adesso si parla di coprifuoco. Quanta memoria riporta quella parola!

Coprifuoco è un termine che si usava nel periodo tempo della seconda guerra mondiale. 
Allora non c’era la malattia, ma tanta paura per i giorni che si stavano vivendo. Il terrore si leggeva nei volti degli uomini e delle donne, dei vecchi e dei bambini. 
I rumori assordanti erano quelli degli aerei che solcavano il cielo e dentro le loro pance nascondevano un virus che si chiamava bomba. Piovevano dall’alto e distruggevano le città, senza pensare che nelle strade, nelle piazze, nelle campagne c’erano le persone. Ora ci si chiede: quale di questi due virus è il peggiore?

Non c’è una risposta precisa. Il primo, quello di oggi, ci costringe in casa perché il contagio è pericoloso. 
Il secondo, quello del periodo di guerra, distruggeva case e uccideva la gente che le abitava.

Il coprifuoco non lascia scampo a nessuno. Questo dell’ultimo dell’anno costringe a stare chiusi: per uscire si devono portare guanti e mascherine che chiudono il naso e la bocca. Non ci si riconosce più. E poi bisogna lavarsi sempre le mani e stare, come minimo, a un metro di distanza da chi si incontra. E’ vita, questa?

Quello del tempo di guerra era diverso. Una sirena avvertiva del pericolo imminente, tutti correvano fuori dalle case e andavano a trovare riparo nei rifugi antiaerei.
 Lì non c’erano distanze da tenere, l’assembramento era naturale, tutti cercavano la salvezza e stavano pigiati l’uno contro l’altro. 
Per superare la paura si parlava, si discuteva. Poi un’altra sirena liberava dall’incubo. 
E fu così per cinque anni. Coprifuoco, rifugio per ripararsi da quelle bombe che cadevano sempre imprecise, non si sapeva mai dove andare.

Il coronavirus, invece, lascia l’uomo senza possibilità di reazione: tutti sono succubi delle regole che sono state imposte, ma le disposizioni alle quali ci si deve attenere non regalano certezze. L’ultimo giorno dell’anno 2020 ha lasciato le famiglie sole. Coprifuoco, una cena parca, chi era solo in casa e non poteva vedere nemmeno i parenti più stretti. Neanche un abbraccio.
 I nonni senza i nipoti e i nipoti senza i nonni. Annullata la gioia che per entrambi avrebbe significato indescrivibile emozione. Poi, a mezzanotte, è esploso qualche timido fuoco d’artificio.
 I soliti temerari che non hanno ceduto alla chiusura e alle disposizioni. 
Disobbedire, a volte, è un modo per sentirsi più liberi.