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il racconto

Le mani esperte del giardiniere

31 gennaio 2021, 11:19

Le mani esperte del giardiniere

di Lina Pancaldi Schianchi 

I lavori di restauro nel condominio della signora Angela, finalmente, sono terminati. Sono stati tre mesi faticosi, sempre chiusi dalle impalcature che non lasciavano respirare quella bella aria fresca del mattino che l’estate concedeva. 

E poi c’erano i rumori dei martelli pneumatici che non lasciavano godere il silenzio che quel periodo dell’anno donava. Angela era preoccupata perché i suoi balconi, con tanto bel verde, erano irriconoscibili. Le piante ammucchiate e cariche di polvere. Guardava le sue ortensie che erano di un bel colore rosato trasformarsi in un cespuglio senza fiori. 

Le fotinie, che circondavano la ringhiera, si erano afflosciate e soltanto mani esperte le avrebbero potute rinverdire. Finalmente quelle grosse braccia di lavoratori la liberarono da quella prigione. 
Furono tre giorni da ricordare: lo sferragliare dei tubi che cadevano al suolo, il rumore che sembrava addirittura una musica, e che Angela ascoltava volentieri. Quel suono pareva dicesse: «Siete liberi!». C’erano soltanto i calcinacci, ormai, che erano la testimonianza di ciò che l’uomo aveva tolto. L’unica cosa che mancava era il vociare di quegli uomini. A volte cantavano assieme, durante il lavoro, soprattutto quando stavano per terminarlo e quando il palazzo era ormai in condizioni da sembrare quasi nuovo. In effetti, i balconi erano diventati molto belli, e ormai era tutto perfetto.

Angela, ora, pensava ai suoi terrazzi e alle sue piante da sistemare. Era compito di un bravo giardiniere, su questo non c’era dubbio. Questi fece un sopralluogo dopo che i muratori e i loro attrezzi avevano lasciato libero il campo. Con Angela fece un bel discorso: «Signora, le sue piante torneranno a rinverdire». 

Guardò le foglie, le radici e il terriccio, e il giorno successivo tornò all’opera. La signora lo osservava estasiata. Le fotinie, già allineate lungo la ringhiera, sentivano il taglio dei rami e le vecchie foglie cadere. Intanto Angela dava un’occhiata al limone: non si vedeva una fogliolina. Ma, dopo un esame accurato, il giardiniere assicurò: «Il limone è salvo». Così lo riparò a mezzo sole, davanti all’oleandro che gli faceva ombra. L’edera era su un traliccio contro il muro di facciata. Tutto nel terrazzo, a mezzogiorno, era sistemato. Adesso, sul balcone dove sorge il sole, la parte che dà a est, era tutto un guazzabuglio, ma le mani esperte del lavorante non tardarono a renderlo un giardino. La pianta di susine era circondata da tenero fogliame e il giardiniere aveva garantito che con la primavera ci sarebbe stata una buona fioritura. Anche i due lillà avevano resistito a quella bufera di calcinacci. Intorno alla ringhiera tre rose facevano da contorno. La signora Angela aveva comprato dei ciclamini per ammirare, durante l’inverno, il loro bel colore rossastro. La giornata stava per terminare, tutto era andato al solito posto: era tornata la normalità. Bravo giardiniere che aveva soddisfatto la signora: quei due terrazzi erano i suoi gioielli, la sua oasi, il suo spazio di serenità. Piccolo, forse, ma tutto suo.