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QUELLE TELEFONATE NEL CUORE DELLA NOTTE

Com'era bello eseguire i tuoi affettuosi ordini

di Antonio Ferrari -

07 febbraio 2021, 15:42

Com'era bello eseguire i tuoi affettuosi ordini

di ANTONIO FERRARI 
(74 anni. In pensione, ma ancora attivo come editorialista  del «Corriere della Sera». Al «Secolo XIX» di Genova dal ‘68 al ’73,  poi dal ’73 inviato del «Corriere della Sera»

Caro Luciano, amico mio. Non posso che cominciare così il mio ricordo di te, una delle persone più generose e nobili che ho incontrato nella mia vita. Fosti tu a commettere l’imprudenza di volermi come corrispondente da Genova del «Corriere della Sera», esattamente 50 anni fa. Non riflettei neppure. A Genova, al «Secolo XIX», stavo come un padreterno. Ma dissi di sì subito e venni a incontrarti a Milano. Al «Corriere» non si può dire di no. Mai. Il mio primo articolo per la vera Istituzione del giornalismo italiano, lo scrissi all’inizio del 1972, fino a quando Piero Ottone, il più grande direttore del «Corriere» che ho conosciuto mi volle assumere, l’anno dopo, a Milano, nella nostra amata via Solferino.


Ero appena arrivato. Ottone mi aveva promesso che sarei presto diventato inviato speciale. Subito entrai alla redazione Interni, di cui tu, caro Luciano, eri il capo. Eri una colonna. Non un genio della cultura ma un uomo vero e affidabile. Lo capii subito, anche perché cominciasti a mandarmi in giro per l’Italia a caccia di notizie e di storie. A volte non ti salvava il tuo carattere decisamente spigoloso, ma continuavo a ripetermi che era un bene. Magari di sera, rientrando dalla mensa poco prima delle 23, eri capace di ordinarmi di andare subito a Torino, o a Verona, o a  Firenze, per seguire una storia importante. Qualche volta, dentro di me, ti ho mandato al diavolo, ma in fondo tu sapevi che anche io ero felice di eseguire i tuoi affettuosi ordini.
Una notte mi mandasti a Padova. Era il 7 aprile del 1979. Volevi che fossi subito là per seguire i clamorosi sviluppi seguiti all’arresto di Toni Negri e di altri professori in odor di terrorismo. Partii con pochi soldi in tasca, tanto sapevo che il giorno dopo avresti provveduto a pagare le mie spese. 


Il denaro me lo portò Walter Tobagi, il collega che doveva seguire con me quella storia fondamentale per la storia della nostra Italia.
Quante volte mi hai chiamato, anche nella notte o all’alba, per partire. Come il 28 marzo del 1980, quando ci fu la strage di via Fracchia, a Genova. Mi mandasti con Tobagi e Giancarlo Pertegato. E lì cominciai a capire che c’era qualcosa che non andava, anche al giornale. Ebbi alcune preziose confidenze da Walter. Era molto turbato. Due mesi dopo, il 28 maggio, fu ammazzato da un gruppo di terroristi, figli della borghesia milanese.


La mattina dopo, rientrato da un servizio, mi chiamasti e mi imponesti la scorta. All’inizio rifiutai perché temevo che, accompagnato da agenti, sarei diventato un obiettivo. Fosti irremovibile: «Antonio, è per il tuo bene». Accettai, soprattutto per proteggere mia madre, che viveva a Genova, la mia compagna Agnes Spaak e i suoi due figli.
Un anno dopo esplose lo scandalo della loggia massonica deviata P2, e ti confidai che morivo di vergogna sapendo che il mio, il nostro amato «Corriere» era finito tra le grinfie del criminale Licio Gelli. Tra gli iscritti alla P2 il proprietario, il maggior finanziatore, il direttore, articolisti illustri che si erano andati a inginocchiare davanti a un bieco individuo. 
Caro Luciano, so che mi volevi molto bene, come io ne ho voluto a te. A volte ti ho preso in giro. Ero in piena guerra, nel Libano che amavo, e mi dicesti che di taxi spendevo troppo. Aggiungesti: «Non ci sono gli autobus?».


Risposi sarcastico: «Guarda, è appena passato il 18 e l’ho perso». Ma il rimbrotto durava trenta secondi. «Va bene Antonio, cerco un amico al Banco di Roma per portarti, lì, nel tuo albergo, quel che ti serve».
Lo ringraziai, perché Luciano era pronto a tutto pur di proteggere i suoi giornalisti. I giornalisti del Suo «Corriere». Non ci siamo mai persi di vista. Quando mi hanno affidato l’incarico di presidente del premio letterario La Quara, a Borgotaro, otto anni fa, Luciano, che viveva nella vicina Berceto, era sempre il mio sostenitore più affettuoso. Mi ricordò persino la volta in cui mi mandò a Berceto per scrivere un articolo. Visto che era una celebre forchetta, mi chiese: «Cos’hai mangiato alla trattoria?» E io, impietoso: «Bollito. Quello che piace a te».
Ciao, amico indimenticabile. Pensami, dovunque ti trovi.