Sei in Cultura

INESAURIBILE MEMORIA STORICA

Il custode della tradizione e dell'orgoglio corrierista

di Maurizio Breda -

07 febbraio 2021, 15:48

Il custode della tradizione e dell'orgoglio corrierista

di MARZIO BREDA  
Inviato e quirinalista del «Corriere»  e grande amico di Luciano Micconi


Il custode della tradizione, delle regole e dell’orgoglio corrierista. Questo è stato Luciano Micconi per il «Corriere della Sera». Nei diversi ruoli che ha svolto, da cronista a caporedattore per chiudere con un lungo mandato da segretario di redazione con funzioni di cerniera fra direzione, redattori e amministrazione, la sua bonomia ha sempre prevalso sull’inflessibilità, che pure a volte doveva dimostrare. Non era facile, in un mestiere nel quale, come raccontava Arrigo Levi, si finisce sempre per essere «tutti rivali e tutti dannatamente nevrotici». Ecco il punto: grazie a Luciano ciascuno, giovane o vecchio, celebre o principiante, meritava lo stesso riguardo, nel nome di uno spirito di colleganza che era connaturato al lavoro in via Solferino.

Mi vengono in mente due esempi. Nell’agosto 1980 l’allora direttore Franco Di Bella mi scaraventa a Cassino, dove la Fiat aveva annunciato il licenziamento di diecimila operai. È metà pomeriggio ed è difficile arrivare in tempo, da Milano, per intervistare i protagonisti della vertenza, i vertici aziendali e le forze politiche della città. Ne parlo a Luciano e lui mi dice: «La macchina del giornale ti aspetta in cortile, vai a Linate e ai banchi Alitalia troverai il caposcalo che ti accompagnerà all’aereo. Sta già facendo ritardare il volo apposta per te. E quando atterri a Roma ci sarà sulla pista un nostro autista per portarti a Cassino». Non potevo crederci, e invece ogni passaggio andò come lui aveva organizzato (comprese le maledizioni dei passeggeri dell’aereo), rendendomi possibile fare quell’importante servizio. 
Secondo esempio, di cui fui testimone negli stessi giorni: Ettore Mo, rientrato dall’Afghanistan, presenta a Luciano la nota spese, che comprende l’acquisto di un cavallo, il solo mezzo che gli aveva permesso di entrare dal Pakistan nel Paese invaso dai russi, al seguito dei mujaheddin. «Dov’è il cavallo?», chiede un finto-burbero Micconi all’inviato di guerra, quasi a pretendere la consegna nelle sue mani di quanto era stato acquistato a carico del giornale com’era usanza fare quando si doveva comprare un libro o un registratore, ecc… Mo replica alla sua maniera: fingendo anche lui di arrabbiarsi e scrivendo subito un pezzo magistrale con la storia di quel cavallo, morto guadando un fiume.


«Il “Corriere” alla fine ci ha guadagnato un grande reportage, che vale molto più dei dollari spesi per il ronzino pachistano», commentava Micconi, ricordando con gli amici quell’episodio insieme a mille altri che affioravano dalla sua inesauribile memoria storica. Una mutilazione non poterlo più ascoltare.