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Micconi, una vita in via Solferino

Leggendario segretario di redazione del «Corriere» Giornalista per vocazione, aveva la «Gazzetta» nel cuore

  
 

di Claudio Rinaldi -

07 febbraio 2021, 15:32

Micconi, una vita in via Solferino

Di Claudio Rinaldi
Questa non ce la dovevi fare, Luciano. Non adesso: non adesso che 
aspettavamo che questa dannata pandemia allentasse la presa, che potessimo rivederci. Eravamo già d’accordo sul dove, in attesa di sapere il quando. Da Massimo, tuo nipote. Massimo Spigaroli, figlio di tua sorella Enrica. Avevi promesso un pranzo luculliano, e non c’era motivo di dubitare che lo sarebbe stato: Massimo si sarebbe messo sull’attenti, aspettando i tuoi ordini, come sempre, e avrebbe tirato su dalla cantina il culatello più promettente in tuo onore.

Sotto sotto, speravamo che potesse essere il 15 febbraio, quando avresti compiuto 99 anni: e già pensavamo a che festa avremmo fatto per i cento. Tutti sapevamo che non eri immortale: ma ci illudevamo che sì, che forse un po’ lo fossi, tanto eri in gamba, lucido sempre, l’occhio vispo e il cervello fino. E pronto a commuoverti, quando si parlava della nostra cara, vecchia «Gazzetta». Commuoverti e arrabbiarti: per un titolo impreciso, una dida sbagliata, una pagina pensata e disegnata male. Pronto, sempre, a dispensare consigli, suggerire argomenti per inchieste, segnalare articoli interessanti usciti su altri giornali.

Quanti ricordi, quanti debiti di amicizia, di gesti d’affetto, di premure. Adesso non sarà più possibile saldarli, accidenti. Anzi, sì: continuando a mettere l’anima nel lavoro, tutti i giorni, in redazione. È il modo migliore per renderti omaggio, a te che al giornalismo hai dedicato la vita, ogni tua energia. E Dio solo sa che razza di energia avevi in corpo. Le gambe ti reggevano un po’ a fatica, negli ultimi tempi: ma se cedevano quelle, c’era sempre quell’angelo di tua figlia Margherita a sorreggerti. Solo tu sai il bene che le hai voluto, e quello che lei ha voluto a te. Come il bene, immenso, che avete voluto a Pierina, tua moglie, che se n’è andata due anni fa, sempre in febbraio. Margherita ti faceva un po’ arrabbiare solo quando ti vietava di telefonare al tuo amico direttore della «Gazzetta»: aveva paura che lo disturbassi, che lo chiamassi mentre era in riunione, o sotto stress per il giornale da preparare. Si sbagliava, perché sentire la tua voce al telefono dava la carica, che fosse un complimento o un rimbrotto poco importa: perché veniva comunque dal cuore. E dalla tua esperienza di giornalista di razza, dalla tua entusiastica e contagiosa passione per questo nostro bellissimo mestiere. Margherita lo sapeva bene che una telefonata per parlare della «Gazzetta» ti cambiava l’umore per tutta la giornata.

Quante volte abbiamo scherzato: «Sai qual è il mio sogno? – mi chiedevi, e io facevo finta di non immaginarlo – Che mi trovi una scrivania vicino alla tua, pagherei di tasca mia per venire e darti una mano. E alla prima riunione di redazione li metterei in riga io, i colleghi che non ci mettono l’anima». Scherzavamo, ma non troppo. Sapevamo tutti e due che non sarebbe stato possibile, ma anche che la «Gazzetta» sarebbe stata più bella, se ti avessimo davvero assegnato una scrivania.
Il rammarico più grande, il dolore che non potrò cancellare, è che non vedrai la “nuova” «Gazzetta». Tra qualche mese faremo una sorpresa ai lettori, sarà una gran bella sorpresa. E diremo a tutti che il merito sarà in buona parte tuo: è solo grazie a te se ci siamo affidati al numero uno della grafica. Tu lo hai chiamato, tu mi hai dato il suo numero, tu hai insistito perché lo chiamassi. L’ho fatto quasi controvoglia, certo che avrebbe declinato l’invito a pensare alla riforma grafica della «Gazzetta». Mi sbagliavo: non avevo calcolato quanto pesasse il «Mi manda Luciano Micconi». 

Pesava tanto, perché la stima che ti eri guadagnato “sul campo”, in 25 anni di militanza al «Corriere», era enorme. Della riforma grafica in arrivo, e del “fuoriclasse” che sta lavorando per quella, non possiamo dare troppe anticipazioni ai lettori. Lo sai meglio di tutti, Luciano, tu che per decenni hai dedicato tutto te stesso al lettore, il nostro padrone.
Parliamo del «Corriere», piuttosto. Ci eri arrivato dopo le prime esperienze giornalistiche, emigrato a Milano dalla Bassa natìa (Zibello). Redattore alle prime armi, avevi fatto tanta “cucina”, e c’erano voluti anni prima della soddisfazione di vedere la sigla, “l.m.”, in minuscolo, in fondo a un pezzo. Diciamolo, a tutti quei giovani che si sentono piccoli Montanelli dopo aver scritto tre articoli, che magari storcono il naso se trovano l’attacco cambiato rileggendolo un loro articolo. Al primo pezzo firmato ti era sembrato di toccare il cielo con un dito.
Ti eri dedicato all’antiquariato, passione antica, curando con straordinaria competenza rubriche di successo, sul «Corriere» e su «Amica». E incassando premi su premi: “penna d’oro 1960” (dalle patronesse della Croce verde), medaglia d’oro per il biennio 1965-66 (premio giornalistico “Tempo dell’antiquariato”), medaglia d’oro nel 1967 (Settimana della bottega antiquaria di Firenze). Più avanti (1986) sarebbe arrivato un riconoscimento straordinario («per la fedeltà al “Corriere”») al premio internazionale di giornalismo «Alfio Russo», quell’anno assegnato a Enzo Biagi.
Il premio più bello, nel dicembre 1970, il giorno in cui hai pubblicato il libro «Cose vecchie e antiche», per Longanesi (esaurito in pochi giorni e subito ristampato: l’hai sempre citata come una delle più belle soddisfazioni della carriera), la recensione uscita sul «Correre», firmata nientemeno che da Dino Buzzati.
Un giorno, eri stato convocato a sorpresa alla riunione di redazione di mezzogiorno, insieme a tutti i capiservizio: «Micconi, abbiamo pensato di nominarla capo degli Interni». Non avevi creduto alle tue orecchie, lì per lì. Ma poi, pur stordito dalla felicità, la lucidità di sempre. E a quel collega che ti aveva invitato per offrirti un caffè subito dopo la riunione l’avevi giurata. «Mai sopportato la piaggeria», hai raccontato tante volte. E mai che ti sia scappato detto il suo nome («È ancora vivo»).
Poi un’altra promozione, a redattore capo, e la nomina a segretario di redazione. È difficile, per uno che faccia il nostro mestiere oggi, capire cosa significasse essere segretario di redazione al «Corriere» ai tuoi tempi. Avevi il giornale in mano. Uomo di fiducia del direttore, facevi da tramite tra i “capi” e la redazione e gestivi gli inviati in giro per il mondo. Firme che hanno fatto la storia del giornalismo, da Egisto Corradi in giù. Celeberrimo l’aneddoto di Corradi che, nella Praga in rivolta (1969), non sapeva come dettare il suo pezzo, perché i telefoni erano sotto controllo e le telefonate spiate: uno rischiava l’espulsione, se non addirittura il carcere. Aveva chiesto di te al centralino, e ti aveva dettato l’articolo in dialetto pramzan. Articolo regolarmente uscito sul «Corriere» del giorno dopo. Lo custodivi come una reliquia nella tua libreria-archivio, insieme a migliaia di ritagli.
Al «Corriere» sei diventato una specie di leggenda. Hai lavorato con sette direttori (Alfio Russo, Giovanni Spadolini, Piero Ottone, Franco Di Bella, Alberto Cavallari, Pietro Ostellino e Ugo Stille): e, ogni volta che c’era un insediamento, sapevi mettere in scena la tradizionale cerimonia come nessun altro: accoglievi il nuovo direttore sul portone, in via Solferino, e lo accompagnavi su per lo scalone, fino all’ufficio. E il direttore sapeva che, da quel momento, poteva contare su di te, sulla tua professionalità, sulla dedizione al lavoro, sulla fedeltà assoluta. E sapeva che, dal giorno dopo, lo avresti aspettato ogni mattina sulla porta dell’ufficio con il «Corriere» del giorno in mano: non c’era refuso, svista, errore piccolo o grande che potesse sfuggirti. 

E ti sei meritato la stessa cerimonia, quel giorno di maggio del 1987 che sei andato in pensione: Ugo Stille e i tre vicedirettori ti hanno accompagnato all’uscita: gesto doveroso, per un pezzo di storia del «Corriere» che lasciava via Solferino. Poi, diciamo la verità, il «Corriere» non l’hai mai lasciato: non solo lo hai portato nel cuore, sei sempre stato un amico e un pungolo, burbero ma al tempo stesso sempre affettuoso. Oggi ti piangono tutti, quelli della vecchia guardia come Antonio Troiano e Marzio Breda, Gianluigi Colin e Bruno Rossi, Giangiacomo Schiavi, Antonio Ferrari e Venanzio Postiglione (tutti tuoi amici fraterni), e quelli che non hanno mai lavorato con te, ma sanno che eri, e resterai, un mito.
Un altro tuo grande amico è stato Walter Tobagi. Da quel maledetto 28 maggio 1980, non c’è stata cerimonia alla quale non abbia partecipato: a Milano, a Berceto (c’è anche una via Tobagi, grazie a te), a Bologna, ovunque. Lo scorso maggio, per il quarantesimo anniversario, ci hai regalato un bellissimo pezzo, lo abbiamo messo in prima pagina, e il giorno dopo quasi piangevi, commosso e felice. 
A proposito del «Mi manda Micconi». Come faremo a dirti grazie, per tutte le firme del «Corriere» che hai portato alla «Gazzetta»? «Ho pronto un colpo per te», mi dicevi, felice e sornione. «Chiama il tale a mio nome, ha pronto un pezzo per la “Gazzetta”». Il «tale» era Viviano Domenici, storico caporedattore alle Scienze, era Giangiacomo Schiavi, ex capocronista e poi vicedirettore, o Gianfranco Josti, firma ineguagliata del ciclismo, o Nestore Morosini, l’uomo dei motori, portato via dal Covid. Tutti sull’attenti, quando li chiamavi tu. Per la gioia dei nostri lettori, non serve precisare.
Da qualche mese, da quando il nostro ufficio diffusione ti faceva arrivare una copia della «Gazzetta» nell’edicola sotto casa, mi dicevi che leggevi prima la «Gazzetta» del «Corriere». So bene cosa significasse, per uno che al «Corriere» ha dato la vita. Il massimo riconoscimento del bene che ci hai voluto, dell’affetto per la nostra «Gazzetta». Quante idee ci hai dato, Luciano. L’inserto speciale sull’Antelami, con un’intervista di due pagine a Arturo Carlo Quintavalle, è stata una tua idea (e quanti complimenti hai fatto alla ex allieva del Prof all’università che l’ha scritta). Il calendario di fine anno che abbiamo regalato ai lettori – omaggio al Bodoni e all’Antelami – pure. A ogni telefonata nascevano idee, spunti, progetti. Anche la “nuova” «Gazzetta» che non vedrai è nata da una nostra telefonata.
Non rivedrai nemmeno la “tua” Berceto. L’avevi eletta a seconda patria, ci andavi appena il lavoro te lo permetteva e tutte le estati, cascasse il mondo. Da “Rino”, il tuo adorato mago dei funghi, avevi un tavolo fisso. E quante iniziative hai organizzato, quante “scuse” per parlare di Berceto sul «Corriere». Un anno hai portato il gotha del giornalismo sportivo a parlare di «calcio in provincia». Un altro (1972) hai organizzato un processo-dibattito agli arbitri: Michelotti, Prati e Gonella “alla sbarra”, Gianni de Felice pubblico ministero, Aldo Curti avvocato di parte civile e Bruno Pizzul difensore. Tu presidente della giuria, e alla fine la giuria popolare ha assolto gli arbitri «con formula piena». E poi, lezioni e corsi di giornalismo, borse di studio (dedicate a Tobagi). E perfino un’Olimpiade per ragazzi, nel ’76, con cinquecento ragazzi a sfidarsi per un weekend intero (nell’archivio del «Corriere», a testimoniarlo, c’è un pezzo dell’«inviato speciale» Vittorio Feltri, all’epoca poco più che trentenne, appena assunto in via Solferino).

Una delle medaglie di cui eri più fiero – orgogliosamente esposta nel tuo studio a Berceto – era quella del premio Sant’Ilario dei giornalisti, riconoscimento per i giornalisti parmigiani che con la loro attività avevano dato lustro alla nostra città. Era il 1980, te l’aveva consegnata Baldassarre Molossi, altra leggenda del giornalismo, altro tuo amico di una vita. Ed eri in eccellente compagnia, nell’albo d’oro ci sono Egisto Corradi e Pietrino Bianchi, Bernardo Valli e Bruno Raschi, e tanti altri giganti della professione. 
Eccome se hai dato lustro a Parma, Luciano. Alla città, al giornale, al giornalismo (che nella nostra città, ha scritto una volta Gianni Brera, «ha tradizioni troppo illustri per consentire tradimenti di sorta»). Ci mancheranno i tuoi consigli, Luciano: ma ti sentiremo sempre con noi. Quel che di buono   riusciremo a fare, lo dedicheremo a te.