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IL RICORDO

Quel giorno che ci disse: «Hanno ucciso Tobagi»

di Bruno Rossi -

07 febbraio 2021, 15:36

Quel giorno che ci disse:  «Hanno ucciso  Tobagi»

Di Bruno Rossi
Non conoscevo nessuno, nei primi anni Sesssanta, a Milano, che sapesse tante cose come lui Micconi sui tavoli, sulle sedie, sugli armadi. Un arredatore? Lo avevo creduto. Ma presto mi ero accorto che tutto questo suo sapere non gli serviva affatto per abbellire le case ma per conquistarsi una rubrica su un giornale: il suo vero amore. C’era riuscito. Come era presto riuscito a saltare da quelle prime righe stampate alle cronache d’ogni argomento. Era diventato quel che da sempre aveva voluto diventare: giornalista. E in uno dei due giornali che amava come fossero due persone viventi: il «Corriere della Sera», la «Gazzetta di Parma». 

Per molti anni è stato a capo di quel tavolo dove si sono posate le firme più famose di questo mestiere con il piglio di un direttore d’orchestra.
Negli ultimi anni di lavoro aveva cambiato il tavolo: segretario di redazione. Da quella stanza si diramava tutta l’organizzazione del quotidiano. A tutti noi, vecchi corrieristi, è capitato di far capo a Luciano Micconi per avere preziose indicazioni su come muoverci in Italia e nel mondo. C’è un episodio già raccontato dallo stesso protagonista Egisto Corradi. Di quando Micconi riuscì a scavalcare la censura di Praga, controllata dai sovietici, usando il dialetto parmigiano. 

Il giorno più doloroso, impossibile da dimenticare, fu quando Luciano ricevette (e subito ritrasmise al direttore e a tutti noi) la telefonata che annunciava l’assassinio di uno dei colleghi più cari, Walter Tobagi, ucciso dalle Brigate Rosse. Micconi fu subito informato anche quando al processo per l’uccisione di Tobagi uno degli assassini gridò insulti al giornalista del «Corriere» (ed ero io quella volta) forse pensando di spargere ancora terrore. Non molto tempo dopo Luciano ottenne di intestare una via di Berceto (non lontano da dove lui trascorreva le vacanze estive) con il nome di Tobagi. 
Luciano, quando uno di noi inviati era cercato dal direttore, e ancora non esistevano i cellulari, sapeva sempre come scovarci. Magari attraverso i carabinieri con i quali aveva una forte amicizia. Così una sera in un paesino non lontano da Venezia ero a teatro quando un milite salì sul palcoscenico: «C’è in sala un certo Rossi? Venga subito in caserma». Naturalmente pensai a possibili disgrazie. In caserma mi passarono la telefonata di Micconi: «Vai subito in Val Gardena. Ti aspetta il Presidente Pertini. Non tardare, è impaziente».

Sembravamo un po’ marionette con lui che tirava i nostri fili. In realtà  almeno con alcuni di noi era qualcosa come un fratello maggiore.
Per lui era inconcepibile lasciare il «Corriere». Ma quando gli comunicai che stavo per tornare alla «Gazzetta» mi disse: «Be’ è come se non andassi davvero via. Per me sono due giornali con la stessa anima, il “Corriere” e la “Gazzetta”».