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COLPI DI TESTA

Leo Nucci: «Ai domiciliari per il covid 19 imparo a suonare il violoncello»

Cittadino Parmigiano d’onore e Verdi d’Oro Bussetano, baritono squillante e uomo generoso,  appartiene a quella razza di gente nata con l’argento vivo addosso

di Vittorio Testa -

24 febbraio 2021, 09:50

Leo Nucci: «Ai  domiciliari  per il covid  19 imparo  a suonare il violoncello»

La sera in tv «L’uomo di Alcatraz», il film di culto con uno straordinario Burt Lancaster: Un’interpretazione da Oscar. E il giorno dopo una notizia: «Avevo letto sul giornale la bellissima storia di due detenuti che si sono laureati in carcere. Ammirato, ho deciso di imitarli: ed eccomi qui, approfitto degli ‘arresti domiciliari ‘covid 19’ per imparare a suonare il violoncello».
 

Cittadino Parmigiano d’onore e Verdi d’Oro Bussetano, baritono squillante e uomo generoso, Leo Nucci appartiene a quella razza di gente nata con l’argento vivo addosso, sospinta da una vitalità inesauribile, alimentata da quel propellente ad alta tensione che è l’ambizione, la quale, se poi è anche legittimata dal successo, forma un composto dagli esiti stupefacenti. Gli applausi, i 'bravo!' , le richieste di 'bis', la fila davanti al camerino per la cerimonia degli autografi, cancellano la fatica, tramutandola in energia, buonumore, creatività.

 E’ dal 22 febbraio 2020 che il 'baritono dei bis' non canta. Smessi i panni di Nabucodonosor, Leo è il ciclone che si è stabilito nella casa di Lodi. Una casa bella e grande ma da un anno satura dell’esplodente e quotidiano entusiasmo di ragazzino cresciutello che porta i settantanove anni con la baldanza di chi si sente ancora in grado di stregare le platee di mezzo mondo. Dunque vediamo la 'scaletta' della giornata «Covid 19» di Leo Nucci. 

Lui la racconta ridendo, e nella cornetta si infila anche la risata della moglie, Adriana Anelli, persona di grande simpatia. Che tra poco ci riserverà una sorpresa.
La lunga giornata di Nucci agli arresti domiciliari comprende svariati suoni. «Ma soprattutto composizioni sinfoniche -  spiega Leo - Mi dedico alla musica del Settecento, Bach, Haendel, Mozart. Stamattina abbiamo suonato l’Aver Verum corpus mozartiano: una pace, un senso di levità consolatoria. Tre minuti e mezzo soltanto, ma ricolmi di un’intensità emotiva da non credere possibile». 
Detta così si ha l’impressione di una isola lontana dal frastuono del mondo. Senonché c’è ogni giorno in scena quella tortura acustica di scale sonore, un continuo su e giù a tutta voce, che sono i vocalizzi. Poi lezioni e compiti online di violoncello distribuiti la mattina e il pomeriggio.

 Un po’ di pianoforte senza orari fissi. Verso sera una mezz’oretta di tromba. Mistero. Come abbia fatto la dolce signora Adriana a non approfittare di una breve assenza di Leo, a causa di un controllo medico, per cambiare la serratura e dargli la nuova chiave solo a patto di darsi una calmata? 

«Ma no - dice lei - così non ci si annoia. Vero?». Le intonazioni, trattandosi di gente di musica sono perfette: dalla loro modulazione capisci che la signora Adriana esercita una pazienza muliebre intessuta di sorrisi ironici. 
«Siamo insieme da cinquant’anni, dal 1970», racconta la signora. 

L’anno, diciamo noi interrompendola maleducamente, nel quale lei debuttò alla Scala, diretta da un giovanissimo maestro Riccardo Muti, anch’egli debuttante nella sala del Piermarini. Era il 5 novembre:la serata prevedeva la 'Fantasia in Do minore per pianoforte coro e orchestra di Beethoven'. Al pianoforte Dino Ciani, uno dei più grandi pianisti. Tra i solisti, Adriana Anelli, soprano dell’Accademia della Scala. 
E in quella data Leo anche Leo faceva parte del coro scaligero…«E mi faceva il filo da due mesi», puntualizza la signora. «Sì e proprio quella sera ti ho invitata a cena per la prima volta», dice Nucci, che stavolta divide il colloquio intervista con la consorte. 
La quale era avviata a una sicura carriera di successo. «Sempre nel 1970 - racconta - canto in 'Un ballo in maschera' alla Scala, con una sera Luciano Pavarotti e l’altra José Carreras. Poi interpreto un 'Elisir d’amore' a Messina accanto al grandissimo Carlo Bergonzi, un gigante d’artista e uomo straordinario. Che poco dopo mi chiamò al Covent Garden di Londra, erano rimasti senza Adina e Carlo mi fece scritturare in gran fretta».
 Apperò signora Anelli, complimenti! «Mi ero diplomata al Conservatorio Arrigo Boito a Parma. Mi dicevano che il ruolo più adatto alla mia voce era quello di Violetta». Nel 1972 Leo e Adriana si sposano e nel ’73 cantano insieme per la prima volta, al Teatro Salieri di Legnago, la città natale del 'rivale' di Mozart. Il titolo dell’opera? Ma naturalmente 'Rigoletto', che altro poteva riservare il destino?
«Ero incinta di nostra figlia Cinzia» -  ricorda la signora’. «E nel coro - putualizza Leo - cantavano quelli della Corale Verdi di Parma e il papà di Luciano Pavarotti, Fernando. Altro 'Rigoletto' insieme quello a Barcellona, diretto da Romano Gandolfi, con Kraus nel ruolo del Duca». 
E poi, che succede? Succede che Adriana è una giovane donna saggia, ha una figlia da crescere e un marito 'mostro' che incomincia la sua pregrinazione artistica in giro per il mondo. Dunque lei, signora Adriana, rinuncia alla carriera. Una scelta dolorosa.
«Ma neanche un po’ -  sorride gioiosa - :Sono stata felice del mio ruolo di madre e moglie, dedita a Cinzia, che si è poi laureata a Parma, e a quel matto di Leo». Che adesso torna ad afferrare la cornetta e con voce commossa rende grazie e lodi alla moglie: «La fortuna della mia vita:senza di lei non sarei riuscito a fare granché». E invece, a settantanove anni, Leo ha scritture firmate e proposte per l’anno venturo. Siamo sulle seimila recite: 590 delle quali come 'Rigoletto', 250 Renato nel 'Ballo in maschera', altrettanti Figaro rossiniani del Barbiere, 200 come 'Conte di Luna' nel 'Trovatore' e 'Renato' del 'Don Carlo',100 'Nabucodonosor' e poi i 'Macbeth', i ‘Vespri', 'Jago'. E padri verdiani, 'Miller', 'I due Foscari', 'Amonasro', 'Germont', il 'malcauto vegliardo'. Leo è di nuovo un fiume in piena, si sente un leone in gabbia, accende fuochi d’artificio di ricordi.
 Il primo ingaggio a Bologna, nell’'Adriana Lecouvreur', una particina. 
«Le vanno bene 60 mila lire?’ - gli chiede l’economa del teatro - : Certo, altroché!» fa lui. «Guadagnavo 60 mila lire al mese come meccanico. Figurati se non ero contento: 6 apparizioni soltanto e mi becco quanto la faticaccia di un mese. Salgo in macchina tutto contento e a un semaforo rosso mi fermo e voglio riprovare l’emozione di vedere il contratto delle 60 mila benedette lire. Prendo il foglio e…Ma sono 60 mila a sera! Ben 360milalire! Mi si scatena una felicità ballerina, mollo la frizione e tampono la macchina davanti». 
E quella battaglia combattuta nel 1987 al Covent Garden?Lo chiamano perché il baritono titolare ha dato ‘buca’. Mi dicono: «Lei è disposto a stare a disposizione? Probabilmente non dovrà cantare, perché stiamo già cercando un baritono più famoso di lei. Le va bene questa cifra?». 
«''No, non voglio niente - dico io deciso deciso -: Voglio solo che mi facciate cantare una sola volta..''. Resto in attesa. Non trovano la 'star', canto nella prova generale, insieme a Luciano Pavarotti e a Katia Ricciarelli. Alla fine il direttore del teatro mi dice: 'Lei canterà alla prima e a tutte le altre recite'. E Luciano felice mi stritola in un abbraccio d’intensità emiliana: ''Campione Leo'' esclama in lingua madre, ''ti int ‘na sira, hai fatto quello che noi abbiamo fatto in tre mesi!''». 
Fantastico Leo Nucci, che per sbarcare il lunario a un certo punto canta tra i tavoli serali del famoso ristorante romano 'Meo Patacca'. «Quattro, cinque, ma anche dieci volte la cavatina di Figaro,ogni sera...». 
Che volete che sia mai un 'bis': non chiediamolo, signori: è Leo che sente il dovere di farlo, per ringraziare noi spettatori e ringraziare la sorte. E se proprio vogliamo insistere, Leo ha già pronto il 'tris'.