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RICORDO DEL GRANDE GIORNALISTA

Un anno senza Gianni Mura

Ma la sua lezione è viva più che mai
 

di Claudio Rinaldi -

21 marzo 2021, 10:08

Un anno senza Gianni Mura

Un anno senza Gianni Mura non è solo un anno senza i suoi cattivi pensieri domenicali o le dritte sui ristoranti sul «Venerdì», i commenti sul calcio e le corrispondenze dal Tour. È soprattutto un anno senza la sua umanità, robusta come la sua stazza, di omone grosso e all’apparenza burbero, ma in verità sensibile e perfino dolce. La dolcezza che non nascondeva ai commensali quando telefonava a Paola, la moglie, un attimo prima di ordinare: «Un po’ di verdura e un piatto solo», mentiva (aveva già adocchiato almeno un antipasto, un paio di primi e un secondo, prima di mettersi a studiare la carta dei vini), lei lo sapeva benissimo, probabilmente lo adorava anche per questo.

Una sola, magra consolazione, oggi che è un anno che Gianni se n’è andato, nell’ospedale di Senigallia: si è risparmiato il Covid, la chiusura totale, i pianti dei ristoratori e (per lui sarebbe stata la privazione meno sopportabile) la mancanza di socialità, di convivialità.
Il Gianni di cui si avverte di più la mancanza, un vuoto gigantesco, è quello delle cene interminabili, delle gare di mnemonica, dei racconti, degli aneddoti di cinquant’anni e passa di carriera, di calcio, di Tour, di personaggi. Dei commenti sui fatti del mondo (lui sempre durissimo contro i prepotenti, solo parole buone per i deboli, per gli ultimi). E intanto sfilavano le bottiglie di rosso: perché «il vino è rosso, tranne simpatiche eccezioni», lezione indimenticabile.

Un Barolo di Cappellano chiuse una cena che resterà per sempre nel cuore, una sera, anzi una notte, a Coloreto, ai “Due Platani”. Lo stappò Giancarlo, senza chiedere. E azzeccò la scelta (il modo migliore di chiudere una serata è bere un grande rosso, altra lezione di Gianni), fu come se la sua mano, in cantina, fosse stata guidata, per telepatia, dopo una chiacchierata lunghissima, che tutti avremmo voluto non finisse mai. Pochi mesi dopo, nei Cento nomi dell’anno su «Repubblica», alla lettera D arrivò il premio: «Due Platani (trattoria di Coloreto, frazione di Parma). Miglior cena del 2019». Meglio di una stella Michelin.


Ci mancano i suoi articoli e i suoi libri, le invettive e i neologismi, i guizzi alla macchina per scrivere. Ci mancano i pezzi straordinari anche se dettati a braccio, come il giorno in cui è morto Pantani: era a cena con Paola a Firenze, era San Valentino, quasi le undici di sera. Chiese qualche minuto per riordinare le idee, poi si fece passare i dimafonisti: il pezzo era un capolavoro, anche se non aveva scritto una riga.

Chissà cosa avrebbe escogitato per il prossimo romanzo giallo, chissà dove avrebbe fatto trasferire il commissario Magrite. Magrite, anagramma di Maigret, ovvio. Il che metteva insieme l'amore per Simenon e il suo essere un fuoriclasse degli anagrammi. Perché usava le parole come Maradona toccava la palla con il sinistro. Da un nome e cognome spiccava il volo: da Mario Pescante, 88 versi di senso compiuto (una quartina a mo’ di esempio: «Mi pesò cantare / Mi pesa contare / E stare in campo / Mi asporta cena»). Per Eugenio Scalfari, insieme ai colleghi della redazione milanese di «Repubblica», aveva superato i 300 versi (eccone qualcuno: «Afa regni su cielo / Sogni e farai luce / Elica, sangue, fori / E il fascino è ragù». «Fragil si è a Nusco / Elga si cena fuori / Fai cernie al sugo / E fagioli su carne»). 


Quello di cui andava più fiero, l’anagramma di Karol Wojtyla (scritto ovviamente con lettere italiane): l’alto vicario. Chapeau.
Ci manca il suo modo di vedere lo sport – gli uomini, non solo i campioni – e di raccontare il Tour: 33 ne ha seguito, per lui erano boccate di ossigeno. La tecnica di suiveur che aveva inventato era quella della spugna: assorbiva tutto ciò che ruotava attorno alla corsa. Se la tappa era memorabile, tanta cronaca e interpretazione tecnico-tattica e poco contorno, altrimenti poche righe sulla corsa e spazio al paesaggio, al vino che aveva bevuto la sera prima, alla colonna sonora scelta quel giorno.

Facile, perfino scontato, pensare oggi di chiamarci Senzamura, noi che sentiamo la sua mancanza, che ci chiediamo perché ci abbia fatto il torto di andarsene così presto. Scontato, perché è di Gianni Mura il neologismo Senzabrera, coniato nel pezzo di ricordo a un anno dalla morte. Vale la pena di citare la chiusa: «Noi dello sport di Repubblica, ricordandolo con gli amici morti con lui sulla strada tra Maleo e Codogno, gli dobbiamo l’impegno a fare seriamente questo mestiere. A farlo da Senzabrera che con Brera e da Brera qualcosa pensano di aver imparato e a Brera pensano di dovere qualcosa che non si esaurisce col ricordo e il rimpianto».

Ne vale la pena perché, sostituendo Brera con Mura, è esattamente ciò che pensiamo in tanti di Gianni. Ci ha dato tanto, gli dobbiamo tanto. Non ci saranno mai più le serate in compagnia, ma restano i suoi esempi: la generosità, nella vita e nel mestiere (meglio dieci righe in più che dieci in meno: lo ha imparato da Brera e lo ha applicato sempre), il rispetto del lettore, la coerenza, le polemiche affrontate a testa alta, l’umanità. Non ci resta che provare a camminare nel suo solco: già questo non è poco.