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«Nel libro racconto le varie facce degli uomini dello Stato»

Il potere della mafia?  Si basa sull'indifferenza della maggioranza  

di Roberto Longoni -

29 aprile 2021, 11:21

«Nel libro racconto le varie facce degli uomini dello Stato»

Scorbutici e nervosi (irritante scendere da un mondo di certo  migliore nel nostro), i personaggi entrano nel suo studio all'ora di cena, gli frugano  tra i libri di famiglia. E controbattono: sono loro, a questo punto, a reggere i fili. 
Al nono romanzo,  Italo Agrò non ha bisogno d'essere in carne e ossa  per farlo. E nemmeno di tante battute su 470 pagine, per conquistare pure il titolo dell'ultimo libro di Domenico Cacopardo,  85 anni appena compiuti, fecondo narratore ed editorialista anche della Gazzetta.  
Buona parte di «Io, Agrò e il generale» si svolge in Sicilia, terra dello scrittore,  (di madre piacentina e parmigiano per scelta), e sempre più terra d'altri. 
Il pensiero va a Pirandello, anche per l'umorismo che traspare in molte scene e  per  le caratteristiche di uno dei protagonisti, Pancrazio Lotale, generale dall'eroico passato e dall'ambiguo presente.


«In un primo tempo avrei voluto chiamarlo Totale (ride Cacopardo, ndr); è un personaggio paradossale. Pirandelliano. Uomo dello Stato, ma se il barbiere lo provoca gli manda uno dei suoi  a rompergli il braccio. Uomo dei tempi nostri, ma picchia la moglie.  È  partito con  il proposito di essere indifferente alla mafia, come la stragrande maggioranza dei siciliani. Il potere della mafia si basa su questo».
Emerge un  ritratto impietoso dell'intera società non solo siciliana.
«Oggi l'atteggiamento prevalente è negativo. Di odio. L'esplosione di Grillo, ad esempio, è stata di odio, di rifiuto di accettare le regole. E poi il politically correct in Italia è  lontano».  
Nel romanzo c'è molto Stato. Nel bene e nel male.
«Ci sono i  reduci, con l'organizzazione paramilitare, un ufficiale dei carabinieri che fa  una figura un po' ridicola... L'ironia è già evidente con l'invenzione   dell'”onnisciente narratore”. Gli uomini dello Stato hanno facce variegate: c'è l'opportunista, la magistrata che abusa del commissario in ufficio. Nulla di inventato: i   poliziotti della scorta di una nota magistrata  chiesero il trasferimento, per non sottostare alle sue richieste di prestazioni sessuali.  Nonostante tangentopoli, la vita pubblica è ancora degradata».
Eppure, ci sono Agrò e il questore Scuto...
«Tra i valori positivi (ride, ndr) hanno di riportarmi sui binari, se mi viene da divagare... Sono ispirati al metodo di Falcone e Borsellino, il cui imperdonabile torto era di  lavorare, quando la gente lo fa  poco e   parla molto... Se Falcone fosse diventato capo della Procura nazionale antimafia, il metodo di lavoro sarebbe cambiato e la mafia sarebbe davvero stata in pericolo».


La casa di famiglia a Letojanni l'ha venduta: il divorzio dalla Sicilia.
«Sono un divorziato che pensa spesso alla ex.  C'era un rapporto fisico ed emotivo con le pietre della casa o i ciottoli delle spiagge, con i ricordi della vita in barca con mio padre ingegnere che si  diceva  pescatore. Ma dalla Sicilia ho ricevuto anche minacce. Su facebook un tale ha scritto: “Mettiamogli una pietra al collo e buttiamolo a mare”. La mentalità mafiosa non è finita. A Taormina non c'è uno scippo: tanti esercizi sono della mafia che triangola attività criminale, quattrini e investimenti. L'abbiamo visto anche a Parma con il processo Aemilia».
Lei è stato a lungo funzionario di  vertice dello Stato. Quanto dei suoi scritti ricorda la vita professionale?
«Be', non ho cominciato dai vertici (sorride, ndr). Credo sia importante per la conoscenza delle regole e di come vengono applicate. Il motto di un importante presidente del Consiglio di Stato era: “La legge si applica, per gli amici si interpreta”. Follia. Ebbi la fortuna di lavorare con Alfonso Quaranta, presidente della Corte Costituzionale, grande giurista  e organizzatore. Venni assegnato alla Prima sezione appena affidata a lui. Al solito ritmo, i 31mila ricorsi arretrati  avrebbero aspettato  anche anni. Con lui, riuscimmo a eliminarli in due anni e mezzo. Un anziano presidente del Consiglio di Stato commentò: “Pazzi: l'arretrato è potere”. Questa la mentalità».

Quali sono i suoi riferimenti letterari?
«Il primo fu Sartre. Dei siciliani Pirandello, Sciascia e Vincenzo Consolo, uomo schivo e duro: insieme abbiano fatto una cosa a Sala Baganza. Doveva finire alle sette, siamo usciti alle nove».
Agrò, che nel libro svolge quasi il ruolo del coro nella tragedia greca, è  tornato a trovarla?
«Il prossimo romanzo l'ho già consegnato. L'ho scritto con l'intenzione che sia  l'ultimo: ho chiesto alla Marsilio di pubblicarlo nel 2022. Non voglio più subire il ritmo biennale alla mia età».
  L'ultimo? Può deciderlo, quando sono i personaggi a chiamare?
«In effetti... Poi ho un paio di  cose da finire, abbastanza avanti. Svegliano di notte e costringono a lavorare».
Scrittore, editorialista, magistrato, consigliere... Dovesse scegliere una sola parola per il biglietto da visita?
«Ho la tomba di famiglia a Letojanni. Per mio padre è scritto ingegnere. Per me vorrei magistrato-scrittore».
S'era parlato di biglietti da visita, non di tombe...
«Tutto finisce, non è un tabù. Sofocle scrive: “Non nascere è vincere ogni altra sorte”.  No. “La miglior sorte che possa capitare all'uomo è addormentarsi e morire”. Questo è preferibile».