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Varesi Il commissario Soneri e un'indagine contromano

«Reo Confesso», il  noir in uscita oggi  per Mondadori 

di Giovanna Pavesi   -

13 luglio 2021, 09:49

Varesi Il commissario  Soneri  e un'indagine contromano

Osservo molto e sono un ladro di vite altrui. Quando sono al ristorante, a volte, mi distraggo a guardare una coppia, dei clienti o un cameriere. Da lì nascono molti spunti, perché dal comportamento si fanno delle congetture su chi è quella persona, come si comporta o che carattere ha e questo è uno stimolo. La narrativa è la nostra vita, niente di altro». L’ispirazione per tratteggiare un personaggio o le vicende al centro dei suoi romanzi Valerio Varesi, scrittore e giornalista, la trova nel quotidiano, perché il giallo contemporaneo, di cui è uno dei principali esponenti, non è altro che un’inchiesta approfondita della società (e del suo presente). Lo ha fatto anche con il suo ultimo libro, «Reo Confesso», in uscita per Mondadori oggi, che racconta «un’indagine contromano» del suo commissario Soneri, che di fronte alla confessione di omicidio di Roberto Ferrari, incontrato su una panchina della Cittadella, coglie una complessità. 
E la analizza. Così, nonostante l’ammissione di colpevolezza, un racconto credibile, che coinvolge un promotore finanziario spregiudicato, e un movente, il protagonista scompone la trama complessa e prova a rimetterla in ordine. 

Come nasce la necessità dell’indagine contromano?
 «Da tempo mi tormentava il fatto che i commissari risolvessero sempre i casi nei libri, mentre nella realtà una buona parte viene archiviata senza responsabili (e anche in letteratura ci sono stati dei precedenti). Sollecitato da questo dubbio, ho cercato di scrivere una sorta di inchiesta alla rovescia, dove il commissario capisce che situazione c’è ma non dal punto di vista giudiziario. Formalmente è uno sconfitto (anche se non lo è di fatto), perché deve arrendersi a un’evidenza che lui non ha constatato. Anzi, sa che non è così».

 In che senso? 
«La giustizia che si fa nei tribunali e nelle procure è molto parziale, cioè non contempla tutta una serie di reati che sono, per esempio, quelli morali. Se una persona, come un finanziere, fa delle operazioni che sa bene porteranno un danno sociale non è condannabile e perseguibile dal punto di vista legale, ma da quello morale sì. Ci sono una serie di reati non perseguiti dalla giustizia formale, che sono quelli tra le persone, i piccoli grandi affronti quotidiani: il vicino che disturba e non ti fa dormire, chi provoca un rancore che può finire in violenza, le piccole angherie, le maleducazioni sono frustrazioni che hanno una parte preponderante nella vita. Io volevo rappresentare anche quella parte di colpe, che esulano dall’agire del commissario e siccome lui deve attenersi alla legge non può assolutamente intervenire, ma capisce che sono parte integrante anche della dinamica della violenza». 

Come è stata tratteggiata la figura di Roberto Ferrari? Chi è?
 «Il suo profilo è quello di un idealista intransigente, che finisce per essere violento: lui non lo è di fatto, però potrebbe diventarlo, perché applica, verso se stesso e gli altri, una morale molto rigida. Quindi, chi non si attiene a questo comportamento suscita in lui una rabbia estrema e forsennata. La sua figura non è lontana da quei brigatisti del gruppo reggiano, per esempio, che venendo da una formazione cattolica ben delineata e molto rigida, che contrastava con l’irregolarità del mondo, volevano imporre una giustizia che si può affermare solo in modo violento. Ferrari è uno così, che potenzialmente potrebbe prendere una pistola o tirare una coltellata». 

La trama è complessa: ha dovuto cambiare pista durante la stesura? 
«Ho cercato di fare il contrario rispetto al giallo classico: dare una soluzione già evidente e poi risalire. Non ho cambiato pista, ma ho dovuto aspettare di trovare un esito credibile. C’è stato un momento in cui non riuscivo più a dare uno sviluppo logico, perché ciò che avevo in testa era troppo irrealistico. Ci ho pensato un po’ e ho trovato un snodo plausibile, che ha risolto la trama».

 Il commissario Soneri ha quasi 23 anni (appare la prima volta nel 1998). Quanto è cambiato nel tempo?
 «È una figura in evoluzione ed è cambiato soprattutto perché è più incazzato: il progredire del tempo, da una parte, ha aumentato la distanza tra lui e il mondo e, dall’altra, si accorge che non c’è un’inversione di tendenza tra quello che avrebbe voluto e sognato e quello che poi si è avverato. Questa forbice crea in lui una frustrazione e una ribellione che sfocia nell’arrabbiatura, nel tono sferzante». 

Tra le vicende di Soneri che ha raccontato quale la appassiona di più?
 «Per vicinanza tematica direi ''Il commissario Soneri e la mano di Dio'', perché lì c’è un prete fortemente idealista, che diventa violento, perché l’affronto alla moralità è talmente forte che non resiste e viene preso da un impulso, che è quello di uccidere. Da lettore direi ''L’affittacamere'', che è il romanzo più intimo, in cui c’è un po’ più della mia vita privata, perché c’è questo incrocio dell’indagine poliziesca di Soneri che, a un certo punto, straripa e invade il territorio di un’indagine privata sul proprio passato, sul rapporto con la moglie morta. Quello è il romanzo che suscita più ricordi».

 Qual è il giallista del passato che preferisce? 
«Escludendo Georges Simenon, che lo diamo per scontato, direi Jean-Claude Izzo, il mio modello di scrittura e di atmosfera. In lui, di Marsiglia, c’è tutto quello che io desidero ci sia in un noir, come il contesto sociale, l’impegno, il paesaggio e la scrittura, che è fondamentale». 

Che cosa rappresenta, per lei, oggi il giallo? 
«È l’opportunità di cogliere il pretesto di un delitto per fare un’inchiesta sul mondo che lo ha prodotto. La domanda del giallo classico è: chi è stato a uccidere? La domanda del noir, del giallo contemporaneo è: perché è successo che qualcuno ha ucciso qualcun altro? L’inchiesta, quindi, non è più un gioco a scacchi, ma un approfondimento sulla società che produce il male, quello che Carlo Emilio Gadda chiamava “la depressione ciclonica”: nel delitto non c’è solo l’individuo che uccido con il suo libero arbitrio, ma tutta una serie di circostanze, come il ciclone, che fanno sì che quella persona uccida. La parte più interessante è proprio questa: capire perché qualcuno ammazza ed è a quel punto che il giallo diventa molto altro».