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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Gabriella e la paura dei carrarmati

22 settembre 2019, 12:25

Gabriella e la paura  dei carrarmati

Gabriella aveva nove anni quando si festeggiò il 25 aprile 1945: era la fine di un lungo conflitto nel quale tutte le nazioni si erano scontrate. Lei era un piccolo scricciolo che ancora non si rendeva conto di quello che la circondava. Andava a osservare sul sentiero di casa ciò che sembrava la spaventasse molto. La mamma la chiamava, anche lei sbalordita da tanto via e vai. 
I grandi soldati, come Gabriella li chiamava, erano su grossi carri che avevano un enorme cannone puntato contro la sua casa, quasi fossero pronti a sparare anche se la guerra era ormai finita e in paese si inneggiava alla vittoria. 
I nemici, i tedeschi, passavano in fila indiana scortati dagli americani. Erano sfiduciati, il passo stanco, i volti sporchi e tristi: sapevano che, forse, a casa ci sarebbero arrivati con l'animo a pezzi. Ma quanto dolore avevano provocato e quanto sangue si erano lasciati alle spalle! 
I vincitori, gli alleati, li accompagnavano con fare baldanzoso, bevevano e fumavano con sguaiata allegria. Gabriella non capiva perché il papà fosse così felice per l'arrivo di questi nuovi soldati. Per l'occasione aveva aperto diverse bottiglie di lambrusco: voleva brindare alla liberazione che loro ci avevano dato. Alcuni erano un po' sfacciati, entravano in casa indicando il bicchiere affinché fosse immediatamente riempito. Uno di questi, in particolare, aveva scoperto nella credenza una bottiglia di grappa, e ogni giorno si presentava per averne un goccetto. 
La mamma era un po' timorosa, perché questi soldati erano spesso alticci e, sotto sotto, sperava che tutto il gruppo che guidava quei carrarmati se ne andasse altrove e lasciasse la postazione.
Intanto in paese i carretti dei vinti, buttati per strada, pieni di vettovaglie, erano preda di povera gente che cercava quel poco che era rimasto: cibo, vestiti, cose di prima necessità. Si diceva che avessero trovato anche dei soldi italiani che a quei soldati ormai non servivano più. 
Gabriella osservava perplessa tutta quella confusione, non capiva, ma sapeva che si doveva essere felici perché erano i giorni della Liberazione. «Siamo stati liberati da chi?» si chiedeva la bimba. Se ne andavano gli occupanti e arrivavano altri soldati con altri fucili, altri mitra e altre pistole. A lei quei carrarmati incutevano paura. Pensava: «Torneremo, noi bambini, ancora sereni a giocare senza vedere gli aeroplani che ci bombardano e distruggono le nostre case?».
Negli anni a venire Gabriella festeggiò sempre il 25 aprile. E' una signora ormai anziana, non ha mai più visto quei giganteschi cingolati, ma continua a ricordare quello che puntava il cannone contro la sua casa. E ne ha ancora paura.