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Il racconto

Il lungo fusto dell'umile bardana

di Anna Maria Dadomo -

10 novembre 2019, 11:30

Il lungo fusto dell'umile bardana

Anna Maria Dadomo

Troneggiava maestosa in mezzo al sentiero abbandonato. Da quando la villa era stata chiusa, il giardino   lasciato senza cure. Ma io passavo ancora di lì per andare nei campi. 
Rigogliosi ciuffi d’ortica erano cresciuti ai bordi. E il grande noce era divenuto la dimora abituale di un corvo – da quale favola era uscito o io in quale favola ero entrata?, mi chiedevo sempre quando, al mio comparire, si metteva a gracchiare furioso, insistente per allontanarmi, e senza mai perdermi d’occhio mi seguiva da pianta a pianta e poi, visto che non me ne andavo, appollaiato sulla punta di un abete secco, continuava a lanciarmi, di tanto in tanto, il suo verso stizzito e rauco. In quel luogo trasformato dall’incuria, la bardana si ergeva solitaria sul ghiaietto. Un’erbaccia (Arctium lappa) che conoscevo bene. 
Da bambini staccavamo le foglie più larghe, quelle intatte, non bucate dagli insetti o lacerate dal vento e «cucivamo» i due lembi ai lati del gambo facendo passare i viticci della vitalba in minuscoli fori: ne facevamo cappelli per ripararci dal sole nei lunghi pomeriggi estivi che trascorrevamo sulla riva del Trebbia. 
(E anche quando si aveva il mal di pancia, e non si voleva tornare a casa per non correre il rischio di non uscire più fino all’indomani, ecco che la bardana veniva amorevolmente in soccorso prestandosi all’utilissimo scopo di nettare, con garbo.)  
Questa del sentiero era diventata molto alta. Il fusto vigoroso, eretto, solcato da sfumature rosso carminio, le foglie basali grandi, a forma di cuore, vellutate e morbide, verdi nella parte superiore, più chiare nella inferiore e un po’ pelose. Quelle che crescevano lungo il fusto invece erano come piccole ali. E i fiori violetti, i capolini, simili a piccoli cardi spinosi, riuniti in grappoli che maturavano in piccole sfere tutti quei semi uncinati e dispettosi che se distrattamente ci si passava vicino, si attaccavano tenaci a calze maglioni gonne pantaloni. Il peggio, sempre da bambini, era quando si attaccavano ai capelli. Che seccatura allora! Per la fretta di toglierli – tira tira – si ingarbugliavano ancora di più risultando inestricabili. 
Anche la mamma, ricordo, ci provava a sfilarli prima di ricorrere alle forbici. Ma poi zac. Via. Ciocca e capolino. Ecco fatto. 
Adesso anche le sue proprietà di pianta officinale depurative e diuretiche mi erano note, e l’utilizzo che se ne faceva: le foglie lessate e unite ad altre verdure per insalate, soprattutto la radice, cotta o cruda,  e l’olio che se ne estraeva per stimolare la crescita dei capelli. Ma questi aspetti non mi interessavano. 
Al ritorno dalle mie esplorazioni ne coglievo due o tre foglie da mettere in un vaso a collo alto di vetro trasparente. Erano così ornamentali.
A fine estate era rinsecchita. Il lungo fusto spezzato. 
Dopo le piogge autunnali erano comparse qui e là foglie solitarie, infangate, senza fusto. 
Non c’era da temere. L’umile bardana già aveva disperso i suoi semi: la diffusione della specie era assicurata.
  
 

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