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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Tutti i bigodini della mia esistenza

di Simone Innocenti -

08 dicembre 2019, 11:18

Tutti  i  bigodini  della mia esistenza

Sono ben saldati sulla mia testa, i dubbi. Sono i bigodini della mia esistenza. Li cambio con frequenza quotidiana, perché per noi donne la cosa più importante è quella di essere belle-bellissime. O al limite belle-belle: sotto questo parametro non ci è dato di scendere. 
Sono invece discesi da qualche altra trousse i miei dubbi. Li tengo anche nella borsetta, se per questo. Noi donne, si sa, teniamo di tutto nelle borsette: rossetti, specchi, fazzoletti, kleenex, penne, fogli, portafogli, vezzi, sciarpe, preservativi, libri, offerte commerciali, dubbi di prima mano e amori di terza categoria. 
È per questo che le borse delle donne pesano una cifra, perché celano e proteggono la loro esistenza. 
È una cosa che gli uomini non possono capire, queste finezze sono troppo complicate da spiegare. 
 Loro mettono tutto in un portafogli, ci infilano la loro vita e pensano che tutto il necessario non sia altro che documento di identità, patente, carta di credito, contanti e tessera del club.
 Ma è come se girassero con del prosciutto incartato, nulla di più. E per giunta senza tacchi, senza mai staccarsi da terra.
Non c’è mica qualcuna, che in questo momento, possa prestarmi un rossetto? 
Avrei bisogno, sinceramente, di esprimere con un colore rosso un dubbio che mi sta in testa in modo che sia esteticamente accettabile, praticamente riconoscibile, assolutamente in linea col fondo tinta. Dubbi prêt-à-porter, di quello che  vanno di moda la prossima estate e che già  io sfoggio con estrema naturalezza. 
E che da almeno tre anni ho lanciato mentre cammino ai bordi della strada. Anticipo mode, io: mode fashion e mode esistenziali.
Sono una sorta di esistenzialista che sfoggia unghie laccate e patinate, vestiti vaporosi e incredibili, quesiti filosofici e serate mondane. Sono il prodotto migliore di una cultura medio alta, mi rendo conto che posso apparire al contempo tecnicamente borghese e praticamente operaia.  
Ma questo è un modo di confondere chi mi guarda, perché è giunta l’ora di miscelare classe con classi sociali. Insomma, sono qualcosa che è al tempo stesso qualcuno: non è da tutti, non è da tutte. 
C’è un discorso esoso, da piazzare nel doppiofondo della realtà ma no, non ora è da fare. 
Non ora è da dire. Ora ho solo voglia di impegolarmi di cose che stanno nella mia borsetta e che non trovo, ci frugo dentro da abbandonanti cinque minuti ma devo averle lasciate da qualche parte, forse a casa o forse laggiù in fondo alla strada, dove c’è la pasticceria nella quale sono stata prima e che mi ha specchiato nella vetrina mentre sfoggiavo una borsa che non pareva neppure la mia. 
Anche io oggi non paio che un paio di me.

Capirete mai che cosa sarò? Vi farò mai capire che cosa potrò realmente essere, intimamente rappresentare, oscuramente addivenire? 
Perché se c’è qualcuno che è sicuro di saperlo, lo prego di farsi avanti. Di battere un colpo e dirmi: “Io ho capito chi sei. So chi sei”. Solo allora gli dirò: ''e tu cosa vuoi?”.