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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

C'è qualcosa che manca in casa

di Riccardo Zinelli -

29 dicembre 2019, 13:55

C'è qualcosa che manca in casa

Natale era vicino. Stormi di pedoni, impegnati nel valzer dei regali, s’infilavano nei negozi. I più fortunati attendevano le ferie e si preparavano ai lunghi pranzi in compagnia. Quando il giovane rientrò in casa, però, sentì che mancava qualcosa. Girò per il soggiorno tentando di scoprirlo. L’ordine maniacale in cui versava la stanza, dettato da presunte regole orientali che promettevano di aumentare il benessere psicofisico degli abitanti, escludeva il passaggio dei ladri. Passò dunque in cucina. Gli elettrodomestici c’erano ancora tutti. Stessa cosa si poteva dire per il ricettario vegano, messo accanto ai fornelli come un totem per tenere lontane le braciole. Persino il rifiutologo era ancora lì, accanto alla pattumiera, appeso come il labaro del perfetto eco-soldato impegnato a difendere l’ambiente.
Sconsolato, il giovane proseguì il giro della casa.
Il bagno era integro, e anche la camera da letto: la sua sigaretta elettronica, che s’era imprudentemente lasciato convincere a fumare perché “fa meno male”, era al solito posto sul comodino.
Nello studio, un budello largo due metri per tre, che al catasto figurava come disimpegno, erano ancora esposte le roboanti frasi d’incoraggiamento morale che tanto piacevano alla sua compagna. La migliore, secondo lei, era la vita è una maratona che tutti possiamo vincere. Ma anche le altre, quanto a banalità, si difendevano egregiamente.
Pensando alla compagna, il giovane fu preso dall’impulso di messaggiarla per chiederle se avesse spostato qualcosa.
«Assolutamente no»
«Sei sicura?»  «Ho proprio la sensazione che in casa manchi qualcosa… anzi, più di una cosa».
«E io che c’entro? Non provare a dare la colpa a me. Prova a chiedere a tua madre. Rincretinita com’è, magari s’è portata via un arnese a tua insaputa l’ultima volta che è stata a cena da noi».
«Proverò a chiederglielo».
«Ecco, bravo. Adesso ti lascio che ho da fare».
Il giovane provò quindi a chiamare sul cellulare della madre, ma non rispose nessuno. Così, preso dalla foga di scoprire cosa mancasse all’appello, s’infilò il cappotto e camminò in direzione del borgo dove abitavano i suoi sperando di trovarli in casa. «Sì, chi è?» rispose la voce di suo padre al citofono.
«Sono io», disse il giovane, e il portone scattò senza dargli il tempo di chiedere se potesse salire.
Incredibilmente, non appena aprì la porta del piccolo appartamento, capì subito cosa mancava da casa sua. Un albero, sistemato nel suo cantuccio, imbellettato con luci e festoni. Un piccolo presepe, simbolo della famiglia, costruito su una mensola con perizia da architetto. L’effluvio di stracotto, sinonimo di Natale. E la semplicità del gesto, i due abitanti della casa seduti assieme vicino alla stufa, che mostrava vero affetto fra loro.
«Ti senti bene?» domandò suo padre vedendolo stranito.
Il giovane si riscosse e chiuse l’uscio. «Sì.»
 «Non si direbbe. Hai una faccia…»
«Ti sbagli. Mai sentito meglio.»
«Perché?»
«Ho capito cos’è che manca oggi».