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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Lo sguardo del gufo

di Vincenzo Pardini -

02 febbraio 2020, 12:07

Lo sguardo del gufo

Nel centro del paese, sotto il monte da cui sorgeva la Luna,  in una torre diroccata, s’era insediato un gufo reale che, di notte, passeggiava sui tetti. 
Loredano Bastiglia, un ragazzo di dodici anni, ne era affascinato: il gufo aveva una gran testa e gli occhi arancioni, e pareva guardarlo. 
Ma il podestà aveva ordinato di ucciderlo: portava jella.
 I suoi uomini col fez, e vestiti di nero, gli davano spesso la caccia sparando tra le  case. La gente era in subbuglio, ma taceva. Il podestà era solito far bastonare i dissidenti. Anche i genitori di Loredano lo temevano. Lui, no. Sovente aveva pensato di scagliargli addosso un sasso con la sua frombola. Poi in quei giorni, eravamo a metà degli anni Trenta, giunse in paese una Mercedes- Benz Type Mannheim 370 S, didascalia di cui Loredano si innamorò, come sempre gli accadeva con le parole nuove. Dalla Mercedes, bianca e rossa, scese uno strano individuo: poggiandosi sulle grucce andò verso la locanda; indossava un lungo cappotto grigio, e portava un cappello a larghe tese  verde un po’ di sghimbescio. 
Venne la notte, e una finestra della locanda, dirimpetto a quella di camera di Loredano, era  di continuo illuminata. 
Di pomeriggio l’uomo, a fatica sembrava, usciva a passeggio sul marciapiede, poi si sedeva al sole a fumare una pipa canadese nera. Salutava appena e pareva avvolto da gravi pensieri. I ragazzi andavano spesso a guardare la macchina. In paese di simili non ne erano mai arrivate. 
Si sparse voce che il podestà avesse controllato chi fosse l’uomo: un professore francese, bisognoso di aria salubre, poiché tubercoloso. Loredano, che ogni mattina andava a scuola, era molto interessato al forestiero, e avrebbe voluto scambiarvi qualche parola, ma non osava, tanto era riservato. 
Era un inverno rigido, ma l’aria permaneva limpida, i comignoli fumavano di un azzurro pari a quello del cielo. 
Oltre sul marciapiede, adesso l’uomo aveva preso a passeggiare anche in centro, verso la casa del podestà e il municipio.
 Camminava  piano, forse  con affanno. Tutti lo salutavano con riverenza. Sorse la Luna piena, e Loredano era dispiaciuto di non  aver più veduto  il gufo che, quando si innalzava in volo, un attimo, la oscurava. A scuola, gli amici gli avevano  confidato che il podestà infastidiva le impiegate del municipio, e gli piacevano anche le adolescenti. Il padre di una di queste avrebbe voluto sparargli una fucilata. Il podestà era alto, calvo, aveva  la barba nera brizzolata e si dava molta importanza. 
Si sprigionò la tramontana. Tutto cigolava e nessuno usciva di casa. Una notte a Loredano parve di udire degli spari. 
Pensò avessero ucciso il gufo. Andato alla finestra  vide invece i suoi occhi   scintillare sul tetto di fronte, poi vide la Mercedes dell’uomo accendere i fari e partire. 
Poco dopo gli uomini vestiti di nero presero a correre sotto il chiaro  lunare con le pistole in pugno. 
Portata dal vento,  a Loredano giunse la voce che  il podestà era stato ammazzato.