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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Un archeologo in giardino

di Anna Maria Dadomo -

22 marzo 2020, 13:10

Un archeologo in giardino

Quando andava in giardino non sapeva mai cosa avrebbe fatto. Era il giardino stesso a suggerirglielo. Girellava qui e là. Si spingeva fino al vecchio parco. 
 Tornava indietro. Sfilava un tramo secco da sotto le foglie.
 Tagliava viticci di vitalba, di edera. Niente di serio. Non un lavoro vero e proprio. Poi, quasi per caso, si trovava immersa in un fare inaspettato. 
Quel giorno si imbatté in quello che restava dell’aiuola delle rose. Orlata da una bassa siepe di bosso, racchiudeva rose di diverse tonalità di colore. 
Un tempo. Dopo l’arrivo delle piralidi che si erano nutrite fameliche del bosso facendolo morire, erano seguiti anni d’incuria e d’abbondono perché, chiusa la villa, non c’era più nessuno a occuparsi del giardino. 
Pur continuando tenaci a fiorire ogni anno sopra l’intrico selvatico delle erbacce che le assediava da ogni lato, con l’arrivo dell’escavatore impiegato nella costruzione del parcheggio, le rose avevano dovuto arrendersi. Erano state spazzate via. 
Adesso per la pioggia insistente i lavori si erano interrotti, i macchinari giacevano abbandonati nel fango.
Si era a questo punto quando lei era andata a vedere. E con un bastone aveva incominciato a frugare in quel mucchio di sterpi e di terra smossa. 
A togliere i pallidi tronchi del bosso che emergevano – battendoli uno contro l’altro per pulirli dalla terra, mandavano un rumore sottile, fragile. Come di vetro. 
Commovente. Rinveniva nel fango anche i cocci delle formelle che avevano cinto l’aiuola. Qualcuna emergeva ancora intatta: il decoro a rilievo del sole e dei suoi raggi nella parte superiore, a semicerchio, perfettamente leggibile. Erano belle. Pensò di non abbandonarle. Tornò a casa a prendere la carriola e la zappetta per scavare con più facilità nel terreno. Dopo, in ginocchio, riprese il lavoro. E mentre tirava fuori, puliva, deponeva nella carriola le sembrava di essere un archeologo intento a scavare, a portare alla luce reperti di un’antica civiltà sepolti dalla sabbia. Dal Tempo. In effetti era così. Anche se il tempo che affiorava era un tempo suo, personale. Lei scava nella sua vita. E ne portava alla luce frammenti. Ricordi. Vicino a quell’aiuola un tempo regale, colma di colori e profumi (anche l’aroma amaro del bosso) e brusii d’insetti storditi di polline e di nettare, con il sole che gravava sulle fronde ampie e protettive dei tigli, lei si sedeva a leggere (c’erano sedie e tavolino), a sorvegliava il sonno del figlio nato da pochi mesi, a chiacchierare con la zia Nelly che entrava e usciva dalla cucina. (E un pomeriggio l’abbaiare del cane per la biscia arrotolata e nascosta in una larga crepa del cemento.)
Aveva ripreso a piovere. Ma per questo non avrebbe interrotto il lavoro. La gioia che aveva provato quando si era imbattuta in un esile ramo di bosso, che miracolosamente portava sulla cima foglioline verdi, tenere come le unghie di un neonato, ancora perdurava. E la spingeva a proseguire. C’era ancora molto da fare.